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L'ICONA DELLA MEMORIA |
LO STORMO BIANCO trad. di Gene Immediato
Consci che siamo inermi
E' tenue la mia voce
Era geloso tenero appassionato,
Sei pensosa, amabile memoria! Mi tocca cantare arsa nel tuo fumo mentre altrui usano la viva fiamma per scaldare l'infreddolita anima.
Le mie lacrime sono necessarie per intiepidire il loro corpo sazio... Per questo, o Signore, ho cantato, per questo ho voluto l'ostia dell'amore!
Che io beva il mio veleno e diventi muta, l'esitante gloria obnubila con l'accecante oblio. (Slepnevo, 18 luglio 1914)
S'è offuscata in cielo la lacca turchina e più acuto è il canto dell'ocarina. Non c'è ragione che si lamenti tanto: è solo un gingillo vuoto d'argilla. Chi le ha parlato dei miei peccati? e perché mi perdona?... Intona i tuoi ultimi versi la voce persa. (1912)
(a V.S.Sreznevkaja)
Al posto della saggezza c'è l'esperienza, insipida bevanda senza miele, e la giovinezza è persa - come ritrovarla?- al pari di un rito domenicale. Troppe strade deserte ho camminato con chi non è stato gentile, troppi inchini ho penato per amore di colui che mi ha amata...
Sono diventata più smemorata di mille smemorati, silenziosi sono andati i miei anni: non si deve mai ridare la bocca non baciata, l'occhio al rinnegato.
Sei ancora tu! Non come l'innamorato, ma come il marito insolente e duro sei entrato nella casa e mi osservi. M'impaurii come il silenzio prima del temporale. Pretendi che ti risarcisca del tuo, il tempo e l'amore che mi hai dato. Ti ho tradito. E me lo ripeti e non ti stanchi mai di dirlo. Così il morto turba il sonno dell'omicida, così l'angelo nero attende il moribondo. Perdonami, ora. Dio insegnò il perdono. Nella febbre già mi tormento, ma lo spirito è libero nella serena morte. Ricordo soltanto il dolce giardino spoglio e i gridi delle cicogne e i campi neri... Oh, come m'era dolce il mondo con te! (Slepnevo, luglio 1916)
La Musa è partita per la strada autunnale ripida scoscesa e portava ai piedi una catena-rugiada. Lungamente l'ho pregata di aspettare l'inverno con me. Ma mi ha detto: "Qui è una tomba, come puoi ancora respirare?" Le volevo dare una colomba, la più bianca della colombaia, ma l'uccello già si era involato al segno della mia bella amica. Tacendo la seguivo con lo sguardo, l'amavo come l'unica ragione, mentre l'alba già s'annunciava come una porta del suo paese. (Carskoe Selo, 15 dicembre 1915)
Ho smesso il riso, le labbra son gelate, ad una sola speranza segue più di una canzone. Senza colpa cederò il canto al riso e alla profanazione, ché al colmo del dolore per l'anima è il silenzio d'amore. (Carskoe Selo, aprile 1915)
Volano, sono ancora in viaggio le parole-viatico dell'amore, ma sento già l'ansia del canto e più fredda del ghiaccio è la bocca. Ma dove frusciano le rade betulle, stringendosi ai balconi indifferenti, là s'intrecciano rose in rosse serti ove risuonano voci d'invisibili dei.
E viene già oltre una luce più prodiga come un vino rosso ardente... Si è bruciata la mia coscienza col rovente profumato vento. (Slepnevo, estate 1916)
Questo freddo giorno è passato nella stupenda città di Petrov! E' calato il sole come un rogo e il buio è infittito lento.
Non cederò i miei occhi profetici e immutabili, a lui darò il verso eterno, la preghiera arrogante delle labbra. (Inverno del 1913)
Imploravo: "Sazia la mia sete di poesia!" Ma l'uomo non riceve nulla dalla terra e niente si è sublimato ancora. Come fumo del sacrificio io non volo al trono della gloria, né m'innalzo, ma serpeggio ai piedi, tra l'erbe, umile, mio Dio, già prosternata: oserà il fuoco del cielo il mio ciglio serrato e la mia miracolosa mutezza? (1913)
C'è nell'intimità degli uomini un confine che né amore o passione possono osare, anche se si fondono in terribile silenzio e il cuore si spezza di desiderio.
Anche l'amicizia qui è impotente, e gli anni pieni di felicità alta infiammata, quando l'anima è libera e distratta dal lento languore della voluttà.
Pazzo è colui che vi si appresta, raggiungerlo è morire d'angoscia... Ora puoi capire perché non batte il mio cuore sotto la tua mano. (Pietroburgo, maggio 1915)
Tutto è stato sottratto: l'amore e la forza. Anche il corpo, perduto nel borgo senza amore, non è contento del sole. Non conosco l'indole della Musa gioiosa: ella mi guarda e tace mentre, spossata, piega sul mio petto la testolina nell'angusta corona. E la coscienza s'infuria da sola e terribilmente esige il massimo tributo. Col viso coperto le rispondevo... Non ho più lacrime né giustificazioni. (Sebastopoli, autunno 1916)
Per noi perdere la freschezza delle parole e il moto puro dei sentimenti è ciò che rende l'arte al pittore o la voce e il gesto per l'attore o la bellezza per la donna bella? Ora non tentare di serbare per te ciò che il cielo ti ha dato: siamo destinati - e ben lo sappiamo- a elargire, non ad accumulare. Và, guarisci i ciechi, conoscerai nel dubbio oscuro la maligna risata degli emuli e l'indifferenza della moltitudine. (Slepnevo, 23 luglio 1915)
Risposta.
a V.A.Komarovskij
Che strane parole mi ha recato il quieto giorno d'aprile! Sapevi che in me era viva ancora la terribile settimana di passione. Non udivo campane che ruotano nel limpido azzurro. Per giorni ora echeggiava un riso di rame, ora fluiva un pianto argentino. Ma io, coprendomi il viso, come prima di un ultimo addio giacevo in attesa di ciò che ancora non era chiamato tormento. (Carskoe Selo, primavera 1914)
La mia culla beata fu un'oscura città, presso un temibile fiume, e il maestoso letto su cui posavano corone i tuoi graziosi putti, città amata d'un amore amaro. Sei stata il sale delle mie suppliche, tu, bella tranquilla nebbiosa. Lì si è mostrato il mio innamorato segnandomi la via luminosa, e la mia triste Musa là mi ha condotta come un'ebbra bendata. (1914)
9 dicembre del 1913
I giorni più bui dell'anno debbono diventare chiari. Sono tenere le labbra e non trovo parole che l'eguaglino. Solamente non osare in alto lo sguardo, conservami in vita: li hai più luminosi delle primeviole, e mi sono mortali. Ho finalmente capito che non serve tentare parole, i rami innevati son leggeri... Ho già disteso reti di uccellatori sulla riva del fiume. (1915)
Come puoi guardare la Neva? come puoi tentare i ponti?... Mi dicono che sono triste da quando tu sei apparso. Gli angeli neri hanno aguzze ali; presto ci sarà l'ultimo giudizio e i falò di lamponi come rose crescono sulla neve. (1914)
Sotto il tetto dell'isba non canto i pallidi giorni, leggo le lettere degli apostoli, leggo le parole del salmista. Ma le stelle si fanno azzurre e la brina vellutata sfarina, ogni incontro è una rivelazione: nel libro la rossa foglia d'acero è posta nel Cantico dei Cantici. (Inverno 1915)
Mi sei accanto da un anno intero e come prima sei giovane e ridente! Possibile che non ti stanchi il canto inquieto delle corde smosse? Quelle corde che tese vibravano ed ora gemono leggere, mentre la mia mano esile di cera le tormenta senza scopo? Davvero occorre poco per la gioia a chi ama d 'amore tenero e luminoso, poiché non gli toccano la bella fronte né gelosia collera risentimento. Egli sta silenzioso e non chiede carezze, lungamente mi guarda estasiato e con sorriso beato sopporta del mio deliquio il terribile vaneggiamento. (Slepnevo, primavera 1915)
La città si è come oscurata al mio approdo inusitato. Vladimir ha issato una croce bluastra sul suo fiume, a sentinella. I tigli fruscianti e gli olmi sono oscuri lungo i giardini, verso Dio volano stelle come diamanti spinosi. Qui finisce la mia via gloriosa e tormentata; e con me tu solo rimani, simile a me, specchio del mio amore. (Estate 1914)
La segreta primavera si è illanguidita, l'invisibile vento è corso ai monti e il lago è un profondo azzurro: il tabernacolo del battezzatore. Tu temevi impaurito il primo incontro, mentre io già pregavo per il secondo. E oggi è di nuovo una serata afosa: il sole si è riaccostato al monte... Tu non sei con me, ma non è un distacco: ogni attimo per me è un solenne richiamo. So bene del tuo tormento: ora non puoi pronunciar parole. (Pietroburgo, primavera 1917)
Distacco.
Ho davanti la via isoscele della sera. Già ieri, innamorato, supplicava: "Non dimenticarmi". E adesso solamente i venti e i gridi dei pastori e i cedri agitati sopra fresche fontane. (Pietroburgo, primavera 1914)
Il viale della marina è fosco, gialli e puri sono i fanali. Sto tranquilla. Solo bisogna che non oda parole di lui. Mi sei caro e fedele, saremo amici... passeggeremo, ci ameremo, invecchieremo Le lune leggere passeranno alte come stelle di neve. (Marzo 1914)
Non stiamo in un bosco, basta un richiamo: non amo beffe siffatte... Perché non vieni a cullare la mia coscienza offesa? Hai altre preoccupazioni, c'è l'altra moglie... Negli occhi asciutti mi guarda la primavera pietroburghese. Prodiga d'affanno mi ucciderà la tosse. Sulla Neva già comincia il disgelo con la manina languida del Vapore. (Primavera 1914)
Il Signore è inclemente con i mietitori e con gli ortolani. Tinnando cadono oblique piogge e i larghi mantelli d'acque son screziati, spezzati sono gli specchi del cielo riflesso.
Nel regno sommerso vi sono prati e campi e zampilli liberi cantano tranquilli, e sui rami ingrossati scoppiano i prugni, marciscono lente le calpestate erbe.
E attraverso la ragna acquosa io vedo il tuo caro volto, il parco silenzioso il chiosco cinese il tondo terrazzo dinanzi alla casa. (Carskoe Selo, estate 1915)
Tutto era una sua promessa attesa: il riflesso di minio del cielo, la veglia dormiente del Natale, il fragoroso vento pasquale, la traccia pervinca della vite, le cascate immote del parco, perfino due grandi libellule sulla rugginosa ghisa del recinto.
E non potevo non credere che mi seguisse accanto, mentre andavo per i monti scoscesi lungo uno scottante sentiero di pietra. (Sebastopoli, autunno 1916)
Come una fidanzata ricevo una lettera ogni sera; a notte fonda rispondo all'amico. - "Sono ospite della bianca morte nel buio della Stradario tenero amico, nella vita non nuocere a nessuna creatura". C'è una grande stella tra due steli che già promette un evento. (Hjuvinkka, ottobre 1915)
Angelo di Dio, che un mattino d'inverno in segreto ci hai fidanzati, allontana lo sguardo dei gelosi dalla nostra vita rasserenata!
Per questo noi amiamo il cielo e l'aria fine, il vento ondoso e i rami che anneriscono oltre la balaustra di ghisa.
Per questo amiamo la città scura, profumata d'acqua, e le nostre rese e le ore dei nostri incontri rapidi e inattesi. (Inverno 1914)
In qualche luogo c'è una vita semplice e un mondo tiepido, trasparente e gaio...Là, verso sera, il vicino parla alla fanciulla attraverso lo steccato e le api testimoni odono la più tenera tra le conversazioni.
La nostra invece è solenne e intricata e amiamo i riti dei nostri amari incontri quando il vento d'improvviso ci tronca il colloquio appena iniziato.
Ma con niente scambieremo la sfarzosa fortezza della gloria e della sventura e gli splendenti ghiacci dei larghi fiumi e la voce appena udibile della Musa. (Slepnevo, 23 giugno 1915)
E' arrivata. Non ho tradito l'ansia guardando alla finestra con indifferenza. Come un idolo di porcellana mi ero seduta nella posa che lei prediligeva. Essere allegri è questione di abitudine, più difficile è stare all'erta... O la languida indolenza ha vinto dopo le piccanti notti di marzo?
Poi il fruscio odioso delle parole e il caldo tedioso del giallo lampadario e il guizzo delle abili serpentine su la vivace leggera mano. Sorrise ancora l'interlocutore e mi guardò speranzoso... Mio felice ricco erede, leggi il mio testamento. (1914)
La fuga. a O.A.Kuzmina-Karavaeva
-"Ci toccherebbe andare solo fino al litorale, mia cara!"- "Taci..." E cominciammo a scendere le scale come rapaci, cercando le chiavi. Poi oltre le case, dove qualche volta avevamo danzato e bevuto del vino, e poi oltre il Senato, dal bianco colonnato al buio corvino. -" Che stai facendo, insensato!" -"Ti amo solamente! Il vento è possente, si starà allegri sul battello!" Avevo stretta la gola per il timore: ci accolse nelle tenebre una navetta... L'odore acre della marina bruciò l'ultimo tremolante respiro. -" Dimmi, tu lo sai di certo: io non dormo, vero? Così avviene in sogno..." Si udivano i remi sciabordare tra l'onde tremolanti della Neva. Al chiaro mattino qualcuno ci chiamò dal ponte, io strinsi la catenella-icona tra le dita. Poi mi portasti in braccio come una bimba sfinita e sulla vela candida del naviglio incontrai il giglio di un giorno che non potrò più dimenticare. (Giugno 1914)
Di te mi ricordo di rado, non sono curiosa del tuo destino, ma il segno lieve che hai tracciato non si cancella dal rifugio dell'anima. Di proposito evito la tua casa rossa, la tua casa rossa sopra il fiume torbido e so che agito crudelmente la tua quiete come un raggio nell'oscura siepe.
Vorrei che mai ti fossi adagiato sulle mie labbra per chiedere amore, vorrei che tu non avessi immortalato con versi dorati le mie pene: io ammalio segretamente il futuro (se la sera è completamente turchina) e sento in anticipo l'appuntamento inevitabile e vicino. (1913)
Statua a Carskoe Selo a N.V.N.
Già le foglie dell'acero volano nello stagno dei cigni, sono insanguinati gli arbusti del sorbo che matura pigramente.
Con le gambe incrociate, armoniosa e bella, ella siede, insensibile al gelo, guardando le strade sulla pietra ventosa. Ho provato un vago terrore davanti a questa ninfa celebrata. Sulle spalle il tramonto le cadeva come un manto dorato.
E come potevo io perdonarle il vigore della tua lode innamorata... Vedi, lei è allegra di sospirare così allegramente nuda. (Autunno 1914)
Il sonno mi ha già ridonato il nostro paradiso stellato: la Bahçisaraj dorata dalle fontane animate. Oltre lo stagno pensoso con gioia abbiamo ricordato i giardini di Carskoe Selo, e l'aquila di Caterina (eccola!) l'abbiamo subito riconosciuta. E' volata nella profonda vallata lasciando nude le porte di rame. Perché durasse a lungo nella memoria il canto triste dell'addio foglie rosse ci ha portato il tenebroso autunno e ne ha cosparso l'orlo delle scale, dove noi ci dicemmo addio e da dove sei partito, consolatore alato, per le tenebre desolate. (Sebastopoli, autunno 1916)
Sempre vedo le colline di Pavlosk, il rotondo prato come un lago, così languido e ombroso che non si può dimenticare.
Appena oltrepassi la porta egizia ti sfiora un fremito beato: non vivi, ma esulti e deliri, o vivi una vita altra data.
Il vento autunnale freddo pungente Vaga contento della solitudine. Sulla neve morbida svettano gli abeti ammantellati di bianca brina.
E una cara voce risuona piena di un delirio ardente, il canto del pettirosso volato sul rame animato del luminoso Apollo. (Carskoe Selo, 1915)
Il sempreverde è scarno e rosato. Rudemente le nubi sono state incollate al fresco orizzonte. La solitaria quercia del parco ha foglie esili, sottili lame. Il crepuscolo arde fino a mezza notte. Come si sta bene nella mia stretta icona! Oggi gli uccelli mi parlano di tenere cose, di meraviglie inusitate, future attese. Sono felice. Ma più di tutto mi è cara la strada declive del bosco, il ponte malfermo e un poco incurvato; più di tutto mi è cara l'attesa di questi frettolosi giorni contati. (Slepnevo, estate 1916)
Neve di maggio.
Un velo trasparente giace sulla fresca zolla, si scioglie furtivamente. L'irosa primavera di mature gemme fa strage.
E per questa morte prematura io già dispero del divino. In me c'è la tristezza di cui David re ha donato regalmente i millenni. (Slepnevo, maggio 1916)
Perché ti celi nel vento nella pietra, nell'uccello? Perché mi sorridi dal cielo con un improvviso baleno? Non tormentarmi oltre, lasciami! Lasciami alle sagge occupazioni...
Vaga un esitante fuoco su grigi paludi disseccate. La Musa in un logoro scialle canta tristemente il suo peana: la sua forza accesa è nella nostalgia pungente attesa della giovinezza. (Slepnevo, luglio 1915)
L'acquario del cielo è un vuoto ialino, (l'ampolla biancastra di un'immensa prigione) su Volhov che azzurra è calato il solenne canto di un corteo.
Il vortice settembrino, strappando le foglie della betulla, grida e si agita tra i rami, la città ricorda il proprio destino: qui ha regnato Marfa, e Arakceêv. (Novgorod, settembre 1914)
Luglio 1914.
I C'è odore di bruciato. Da quattro settimane la torba secca arde nelle paludi. Oggi nemmeno gli uccelli hanno cantato e il pioppo ha smesso di vibrare. Il sole è diventato un castigo divino e da Pasqua non piove sui campi riarsi. Un passante storpio è arrivato sulla via e solitario urlava:- "Tempi funesti sono annunciati. Presto staremo stretti per le nuove tombe. Verrà l'adulatore, il vile, la moria, l'oscuramento degli astri celesti. Solo la nostra terra non dividerà per proprio interesse il bandito: la Vergine stenderà sui grandi affanni un bianco mantello".
II Il dolce odore del ginepro vola dai boschi in fiamme. Sui bambini gemono le mogli dei soldati, nel villaggio risuona il pianto delle vedove. Non per niente han cantato i Tedeum: la terra aveva nostalgia di pioggia! I campi devastati sono stati irrorati da un tiepido rosso liquore. Il cielo è basso, basso e vuoto e sommessa è la voce che prega: -"Feriscono il tuo santissimo corpo, tirano a sorte le tue vesti". (Slepnevo, 20 luglio 1914)
La voce ha vinto contro il grande silenzio. In me c'è ancora come una canzone o un pianto, l'ultimo inverno prima della battaglia. Più bianca delle arcate di casa Smolny, più misteriosa del lussuoso Giardino d'Estate ella ha cantato. Non sapevamo che presto nell'estrema nostalgia avremmo rimpianto il passato. (Gennaio 1917)
Non sappiamo dirci addio: ancora andiamo spalla a spalla mentre cala il crepuscolo e tu sei pensieroso ed io taccio. Se in chiesa ci capita di vedere un funerale, un matrimonio, il rito al fonte battesimale presto ne usciamo, senza guardarci in viso... Perché ci lega questo disagio? Se al cimitero sediamo sulla neve calpestata allora tiriamo un leggere sospiro, mentre tu tracci col bastone bianche stanze dove crediamo di dormire uniti. (1917)
Là Mikhail Archstratig lo arruolò nel suo esercito. (N.Gumilëv) Di lui non hai più notizie, e nemmeno ne senti parlare. La sua tomba è perduta nell'afflitta Polonia. Sia quieto e sereno il tuo animo, non ci saranno più perdite: l'esercito divino ha un nuovo guerriero, ora non devi affliggerti oltre. E non Vale piangere; nella casa paterna è peccato intristirsi. Pensa: tu qui puoi inchinarti al tuo Salvatore. (Carskoe Selo, settembre 1914)
Meglio sarebbe ch'io cantassi briosi stornelli e tu suonassi la stridula fisarmonica e andando di notte abbracciati per i campi d'avena perdere il nastro della composta treccia.
Meglio sarebbe per me cullare un tuo bambino e per te guadagnare mezzo rublo al giorno e poi andare al cimitero nelle commemorazioni e guardare il bianco lilla di Dio. (1914)
Preghiera.
Dammi amari anni di pianto, la malattia, l'insonnia, l'affanno. Portami via il figlio e l'amante e il misterioso dono del canto. Così prego durante la tua messa dopo tanti giorni penosi, affinché la nebbia sulla Russia oscurata sia fugata da una raggiera brillante di luce. (Pietroburgo, secondo giorno della Trinità)
- " Altezzosa, dov'è il tuo zingarello, quello che piangeva sotto il nero scialle, dov'è il tuo primo bambino, cosa rammenti del tuo piccolino?"- Il destino di madre è un luminoso tormento: non ne fui degna. Nel bianco paradiso si è aperta una porticina, Magdaljna si è preso il figlioletto. Ogni mio giorno è buono e gioioso, mi sono tuffata in una lunga primavera, solo le mani hanno nostalgia del peso, solo nel sonno sento il suo pianto. Il cuore sarà trepido e triste e allora non ricorderò più nulla: Vago sempre per le oscure stanze, cerco sempre la sua piccola culla. (Pietroburgo, 11 aprile 1914)
A volte ho maledetto il cielo e questa terra e le mani che agitano fortemente questo mulino coperto da licheni! Come tre anni fa nella dependance giace un morto sulla panca, rigido e canuto. Come allora i topi rodono i libri e la candela riverbera sinistra. L'odioso sonaglio della città bassa canta una sciocca canzone sulla mia amara allegria. E già le dalie si sono affacciate brillanti sulla via d'argento dove vivono lumache e spira l'assenzio. Così è stato: il carcere mi è diventato una seconda patria, ma della prima non riesco a ricordarmi nemmeno nella preghiera della sera. (Slepnevo, luglio 1915)
Qui non è possibile arrivare con la barca, né col calessino. Sulla neve smossa sta un'acqua profonda che assedia il podere da tutti i lati... Ah, dispera nell'anima il nuovo Robinson: è andato a curare la slitta, gli sci, il cavallo; poi mi attende sul divano e con il corto sperone logora il tappeto. Ora gli specchi non vedono il placato sorriso. (Slepnevo, autunno 1916)
La luna trascorre tra fitte ramaglie, risento il passo regolare di caValli. Non vuoi dormire, un anno è passato: al tuo letto nuovo non sei ancora abituato? Non ti parlo forse attraverso il grido acuto d'uccelli? Non ti guardo ancora attraverso opache pagine ribelli? Che ti aggiri a fare come un ladro nella casa diventata silenziosa? Forse rammenti un giuramento e speri che mi rifaccia viva? Mi addormento. Nell'anima buia la luna ha gettato una lama. Ancora rumore. Batte ora come il mio trepido cuore. (1914)
Ero vicina al bosco dei pini. Una grande calura faceva lontana la via. Scostata la tenda di una porta ne uscì un uomo brizzolato, onesto e mansueto. Dopo avermi un pò guardata il chiaroveggente disse:- "Sposa di Cristo! Non invidiare le spose fortunate: assieme ad esse tu sei destinata. Dimentica la casa del padre, sii pura come il giglio celeste. Sofferente e malata dormirai sulla paglia e accetterai una fine beata". Colui che benedice dalla cella certo ha sentito come ho tanto cantato sulla via del ritorno sulla mia letizia, con la meraviglia del cuore gioioso. (Dàrnizza, luglio 1914)
" Curlì, curlì!" La cicogna ferita così chiama le compagne quando in autunno i campi sono smossi, tiepidi ancora... Ed io, ammalata, odo il richiamo delle ali dorate dalle nubi basse, dalla fitta boscaglia: " E' tempo di volare, è tempo di volare sul prato e sul fiume. Ma già, tu non puoi cantare, né asciugare le lacrime sul viso con l'indebolita mano". (Febbraio 1915)
Riposerò tranquilla sotto un'asse di quercia nel camposanto. Tu, caro, la domenica andrai a visitare la mamma, passando di corsa il fiume e la collina così che i grandi non ti raggiungeranno e da lontano, piccolo perspicace, riconoscerai la mia croce. Lo so, caro, che poco potrai ricordare di me: non ti ho mai sgridato, non ti ho vezzeggiato, non ti ho portato a fare la comunione mai. (1915)
Il tuo spirito è offuscato dalla boria: per questo non riconoscerai la luce. Tu dici che la nostra fede è un sogno e che questa capitale è un miraggio. Tu dici che il mio paese è peccatore e io rispondo che il tuo è senza Dio. Su di noi ricada ancora la colpa: si può espiare e riparare a tutto. Intorno a me ci sono acque e fiori. Perché mai bussi alla porta di una povera peccatrice? So perché sei così irrimediabilmente malato: sempre cerchi la morte ma temi di morire. (Slepnevo, 1 gennaio 1917)
Appena arrivo là sparisce il tormento. Amo i primi freddi. I misteriosi villaggi dimenticati sono cornucopia di lavoro immortale. Ma non devo abbandonarmi con sentimento tranquillo e sicuro: una stilla di sangue di Novgorod in me è come un ghiacciolo in un vino frizzante. A questo non si trova rimedio, la grande sete non l'ha distrutta e benché io non abbia ancora cantato silenziosa mi brilli in fronte. (1916)
In memoria del 19 luglio 1914.
Di cento anni siamo invecchiati e questo accadde in una sola ora: la breve estate terminava, fumava il corpo delle arate piane.
Di colpo una strada silenziosa si è animata, lacrime sparse, gocciole d'argento... Coprendomi il viso supplicavo Dio di farmi morire prima della battaglia.
Dalla memoria, fardello ormai superfluo, sono spariti gli echi dei canti passionali. Le hanno ordinato di diventare un libro terribile di notizie tempestose. (Slepnevo, estate 1916)
Avanti primavera ci sono giorni alati: il prato dorme sotto una fitta neve, gli alberi fanno rumore con spoglia allegria e il tiepido vento è gentile e suadente. Il corpo si meraviglia di essere leggero e tu non riconosci più la casa, mentre la canzone, che prima ti annoiava, ora la canti come fosse nuova languidamente. (Slepnevo, primavera 1915)
Loda soltanto la quinta stagione dell'anno: respira l'ultima libertà, poiché questo è l'amore. Il cielo è svettato in alto, i profili delle case sono leggeri e il corpo non celebra più l'anniversario della sua malinconia. (1913)
All'amico del mio cuore io stessa ho tracciato il destino: l'ho affrancato alla sua Annunciazione. Sì, è tornata la colomba grigioperla e le ali batte contro la vetrata. La stanzetta di luce si è illuminata come per magico splendore dell'intarsiata pianeta cerimoniale. (Pietroburgo, primavera 1915)
Sogno. Sapevo che tu mi sognavi per questo non potevo addormentarmi. Il fanale cangiò dal torbido all'azzurro illuminandomi la via. Tu vedevi il giardino della Zarina, l'ingegnoso palazzo bianco e il nero arabesco dei cancelli dinanzi ai sonori scalini di pietra. Andavi senza sapere la via e pensavi: "Più presto, più presto. Oh, potessi almeno trovarla, non svegliarmi prima d'incontrarla!" Ma il guardiano delle rosse porte ti ha gridato: "Ehi! Dove vai?" Il ghiaccio si fendeva scricchiolando e l'acqua si faceva scura sotto i piedi. -" E' un lago -pensasti - sul lago esiste certo un'isoletta..." E d'improvviso un'azzurra fiammata uscirà dalla nera tenebra. Ti sei svegliato all'acuta luce del primo mattino e ti sei angustiato, poi ad alta voce mi hai chiamata per nome per la prima volta. (Carskoe Selo, marzo 1915)
La casa bianca. C'è un gelido sole. Finita la parata gli eserciti se ne vanno. Son contenta del meriggio di gennaio e la mia trepidazione è appena mossa. Qui rammento ogni ramoscello e ogni minimo segno, ogni profilo. Attraverso la bianca rete di brina ad uno ad uno passano i raggi della luce cremisina. Qui c'è una bianca casa con un piccolo ingresso invetriato. Tante volte con la debole mano ho tirato l'anello del campanello. Tante volte...Suonate, soldati, mentre cerco la mia casa! La riconoscerò dal tetto appuntito, dall'edera tenace, la mia casa. Ma qualcuno l'ha spostata, in città lontane l'ha celata o dalla memoria ha cancellato per sempre quella strada... Le zampogne dileguano lontano, la neve vola come fiori di ciliegio... Certamente nessuno sa che non esiste più la casa bianca. (Slepnevo, estate 1914)
Andava per campi e villaggi e instancabile chiedeva alla gente: -" Dov'è lei, dov'è la gioiosa luce delle stelle grigie, il luccichio degli occhi amati? Già sono arriVati con timida luce gli ultimi giorni di primavera. Sogno sempre più spesso di lei, di lei, teneramente." Ed è arrivato nella nostra uggiosa contrada nell'ora silenziosa della sera. Credeva di essere a Venezia e a Londra insieme.
Si è fermato sul granito di luminose scale davanti ad una chiesa alta e scura e ha implorato il tempo del primo incontro col suo primo amore. E sull'oscuro trono dorato s'accese un giardino di raggi divini: -" E' qui, è qui la gioiosa luce delle stelle grigie, il luccichio degli occhi amati".
La luce della sera è larga e gialla, gentile è la frescura d'aprile. Sei in ritardo di molti anni, tuttavia son contenta di te.
Siedimi accanto e guarda con occhi gioiosi: ecco, questo è il mio quaderno azzurro che contiene i miei versi infantili.
Perdona se sono vissuta triste e poco ho gioito del sole. Perdona, perdona se per te io ne ho serbati moltissimi. (Carskoe Selo, primavera 1915)
Non so se sei vivo o sei perduto per sempre, se posso ancora cercarti nel mondo o ti debbo piangere mestamente come morto nei pensieri della sera. Ti ho dato tutto: la quotidiana preghiera e l'illanguidente febbre dell'insonnia, lo stormo bianco dei miei versi e l'azzurro incendio degli occhi. Nessuno mi è stato più intimo di te, nessuno mi ha reso più triste, nemmeno chi mi ha tradita fino al tormento, nemmeno chi mi ha lusingata e poi dimenticata. (Slepnevo, estate 1915)
No, tesoruccio, io non sono quella che tu vuoi vedere in me. Da molto tempo le mie labbra non baciano, ma profetizzano. Non pensare che nel delirio, tormentata dall'estrema nostalgia, io gridi a voce alta la disperazione: questo è il mio mestiere. Ma so insegnare affinché l'inatteso accada, come domare per sempre colei che si è innamorata in un baleno. Aspiri alla gloria? Allora chiedi il mio consiglio: quella è una trappola che non ha né gioia né luce. Ebbene, ora torna a casa e dimentica il nostro incontro, perché del tuo peccato, mio caro, rispondo io davanti a Dio. (10 giugno 1915)
Dalla tua memoria estirperò questo giorno per chiedere al tuo sguardo velato e basso: " Dove ho visto il lilla persiano e le rondini, e la casetta di legno?" Oh, ricorderai spesso l'improvvisa nostalgia di vaghi desideri e cercherai nelle confuse contrade dei pensieri quella strada che non esiste sulla cartina! Alla vista di una qualunque lettera, ad ogni voce da una porta socchiusa tu penserai:" Ecco, è venuta lei stessa in aiuto alla mia incredulità". (Carskoe Selo, 4 aprile 1915)
Non mi ha né offesa né esaltata, come si usa per gli amici o i nemici. Mi ha lasciato solamente l'anima dicendomi: "Conservala!" Ed una sola cosa m'angustia: se ora egli morirà l'arcangelo di Dio verrà da me per chiedere il tributo. Come la nasconderò allora, come la terrò segreta al divino? Ecco che così canta e piange mentre vorrebbe riposare nel suo paradiso. (Luglio 1915)
E' rimasta là la mia ombra che intristisce, vive ancora in quella stanza azzurra, attende ospiti dalla città fin oltre la mezzanotte e bacia una piccola icona di smalto. In casa non si vive molto bene: c'è buio anche quando accendono il fuoco... Sarà perché la nuova padrona è annoiata, sarà perché il padrone è un ubriacome e sente dietro la sottile parete l'ospite atteso conversare con me? (Slepnevo, gennaio 1917)
Notte del ventuno. Lunedì. La città è immersa nel buio. Un qualche burlone ha scritto che c'è amore sulla terra. E per pigrizia o per tristezza tutti ci hanno creduto. E così vivono: anelano incontri, temono i distacchi, cantano amorose canzoni. Ma diverso si rivela il mistero e il silenzio calerà su ognuno... Anch'io mi ci sono imbattuta per caso e d'allora sono sempre come ammalata. (Pietroburgo, 1917)
Il cielo elargisce una pioggerella sul lilla appena fiorito. Alla finestra batte le alucce il bianchissimo giorno di Pentecoste. E' tempo che l'amico ritorni di là dal mare: è l'ultimo termine. Sogno sempre una riva lontana, pietre sabbia torri. In una salgo e vado incontro alla luce... Intorno non c'è traccia di paludi, né di campi arati, né di campanili. Me ne sto appena un poco seduta, dove c'è ancora una buona ombra. Vieni ad abbracciare la mia pena, o bianchissimo giorno delle sacre fiammelle! (Slepnevo, maggio 1916)
Lo so che sei la mia ricompensa per anni di dolore e di fatica, poiché alle gioie terrene non ho mai ceduto e all'innamorato non ho mai detto: " Tu sei il mio amato". Perché tutto e tutti ho sempre perdonato tu sarai il mio angelo. (1916)
Al mio caro.
Non mandarmi una colomba, non scrivere lettere inquiete, non soffiarmi in viso il vento marzolino. Ieri sono entrata in un verde giardino sotto la tenda di ombrosi pioppi dove c'è pace per l'anima e il corpo. E da qui vedo la cittadella, le caserme e le garitte del palazzo e sulla neve il ponte giallo cinese. Mi aspetti da tre ore: sei infreddolito, ma non puoi venir via dall'androne e stupisci per così tante stelle nuove. Salterò su un ontano come un grigio scoiattolo, correrò a balzi come un timido animale, ti chiamerò cigno perché non abbia timore lo sposo di attendere nella neve turbinosa e azzurra la sposa defunta. (Carskoe Selo, 27 febbraio 1915)
Il mio destino è così mutato o davvero il gioco è finito? Dove sono gli inverni quando andavo a dormire alle sei del mattino? Ora vivo, serena e monacale, una nuova esistenza su una riva inospitale. Non ho sentore che presto verrà il Natale: La steppa è di un verde stupendo smeraldo: Il sole brilla: accarezza la liscia riva come una tiepida acquetta. Questo silenzio sognavo con incompiute parole, nella tristezza e nella gioia, e così mi fingevo dopo la morte il vagabondare dell'anima mia. (Sebastopoli-Belbek, dicembre 1916)
C'è in me un ricordo come un sasso che biancheggia nel fondo del pozzo. Né più voglio e non posso lottare: quel sasso è il dolore, quel sasso è l'amore. Se guardi da vicino i miei occhi subito lo scorgi: ti fai grave e pensoso come per un triste racconto. Sento che gli dei han mutato gli uomini in cose, senza uccidere la loro imprevidenza, affinché vivano eterni stupendi dolori. Tu sei diventato il mio ricordo. (Slepnevo, 5 giugno 1916)
Il primo sole (benedizione divina) ha sfiorato la guancia dell'amato: prima sembrò che impallidisse poi si accostò più dolcemente al sonno. Gli sarà sembrato un bacio il calore del celeste raggio... Così da molto tempo le labbra con le labbra ho toccato e del mio caro ho sfiorato l'omero abbronzato. Mentre, adesso, a lui volo con la canzone flebile dei morti: nel mio peregrinare sconsolato solo dal raggio del mattino vengo disfiorata. (Slepnevo, 14 maggio 1916)
Sembra che la voce dell'uomo qui mai risuonerà. Al portone nero batte un vento senza storia. E mi pare che sotto questo cielo solo io mi sia salvata, perché per prima ho voluto brindare con il vino della morte. (Slepnevo, estate 1917)
Quando scrivevo la rinuncia il cielo sembraVa arso da un'aurora color fumo scarlatto (la mano era decisa ma stanca sul pulito candido delle pagine e come una corrente d'acqua un vento impetuoso bucava una finestra ovale) nella più tetra delle capitali. Non ho guardato nella Neva, sul granito rischiarato, ché speravo che ti avrei rivisto e non più mai dimenticato... Ma una notte inattesa è scesa sulla città preautunnale. Per favorire la mia fuga si son diffuse fuligginose ombre. Affinché la steppa fiorisca d'assenzio e i venti cantino come sirene ho preso con me soltanto il crocifisso che mi donasti il giorno del tradimento. E là, sulla nuda parete, mi difende dagli amari propositi e non temo di ricordare nulla: nemmeno l'ultimo giorno. (Baia di sabbia, agosto 1916)
Come sono ampie queste piazze, come sono sonori e arditi i ponti! Su di noi un manto d'oscurità, quieto e senza stelle, grava pesante. Come morti camminiamo sulla fresca neve. Non è forse un miracolo che staremo insieme un'ora prima della separazione? Senza volerlo si piegano i ginocchi e pare che ci manchi il respiro. Tu sei la luce delle mie poesie, tu sei il bene estremo della vita. Presto i neri edifici vacilleranno ed io cadrò a terra: ora non ho paura di svegliarmi nel mio giardino di campagna. (Pietroburgo, 10 marzo 1917)
Per chi ti ho portato un tempo sulle braccia! Per chi è brillata la forza dei tuoi occhi azzurri! Sei cresciuto alto e ben fatto, hai cantato canzoni e bevuto il madera; nella lontana Anatolia ora porti la tua torpediniera. Sul colle di Malah hanno fucilato un ufficiale: da vent'anni meno una settimana egli guardava la luce divina. (Pietroburgo, 1918)
Nè presto né tardi sono nata, questo tempo è beatamente unico, soltanto al cuore non è stato dato dal Signore di vivere senza inganno. Per questo c'è buio nell'attico, per questo i miei amici, come tristi uccelli della sera, cantano un amore mai esistito. (1913)
Non so che farmene di una striminzita gioia, riporterò il marito all'amata e metterò a dormire il bambino, soddisfatto e insonnolito. Nella fredda stanza dovrò pregare la Madonna ancora una volta... E' difficile vivere da eremita, ma è più duro essere allegri. Mi basta un sogno infiammato per entrare in un tempio montano a cinque guglie, candido di pietra, lungo sentieri che ricordo a mente. (Pietroburgo, maggio 1914)
La città è sparita. Dell'ultima casa ho guardato la finestra come fosse viva... Questo posto mi è sconosciuto, odora di bruciato e il campo è buio. Ma quando l'indecisa luce ha tagliato con i raggi la cortina del temporale abbiamo visto che uno storpio dalla montagna si è avviato al bosco. Faceva paura nel vederlo sorpassare una troika di allegri e ben nutriti cavalli, fermarsi un poco, quindi arrancare sotto il suo pesante fardello. Quasi non abbiamo notato come sortì accanto ad una tenda di carovanieri. Gli occhi come stelle azzurrate illuminavano un'immagine tormentata. Ho teso il bambino al suo cospetto, ho alzato la mano con la traccia della catena ed egli ha profetizzato con voce sonora: " Tuo figlio sarà vivo e sano!" (Slepnevo, 1916)
Oh, ci sono parole irripetibili: chi le ha pronunciate ha speso assai. Sono inesauribili solo l'azzurro del cielo e la misericordia di Dio. (Sebastopoli, inverno 1916)
Sogno sempre più raramente, grazie a Dio, e non mi sembra più di essere dappertutto. La nebbia si è stesa sulla bianca via e rapide ombre passano sull'acque. Per tutto il giorno non hanno taciuto i rumori sulla distesa pianura arata: da qui più fortemente che da San Giorgio si odono i campanili della Lavra. Poto i rami dei lilla infiorati. Lungo i baluardi di antiche fortificazioni lentamente due monaci son passati. Mondo natio, sensitivo e reale, per me che sono cieca, per me rinata! Il re celeste mi ha guarito l'anima con la pace glaciale dell'avversione. (Kiev, 1912)
Né segreti né dolori, né la saggia ragione del destino: gli incontri lasciavano sempre una sensazione di lotta. Sin dal mattino, intuendo il momento in cui saresti venuto da me, sentivo nelle braccia incrociate un tremore debole e pungente. E con le ossute dita tormentavo la variopinta tovaglia del tavolo... Allora comprendevo già che questo mondo è piccolo. (1914 o 1915)
Staremo insieme, caro, insieme: lo sanno tutti che siamo legati e gli scherni maliziosi come sonagli lontani non ci possono rattristare. Dove ci siamo sposati non lo ricordiamo ma la nostra chiesa brillava di quel violento splendore che solo gli angeli portano sulle ali. Ed ora che terribile momento, che anno spaventoso, che città ingrata! Come possiamo separarci, io da te, tu da me? (Pietroburgo, primavera 1915)
Cadeva una pioggia rada sulla nera strada: qualcuno mi chiese di accompagnarmi. Annuii, ma scordai di guardarlo, così che poi è stato strano rammentare quella passeggiata. La nebbia si spandeva come incenso da mille turiboli. Il compagno m'irritava il cuore con una canzone. Rammento le porte antiche e la fine della via: " Perdonami" - sussurrò, e mi lasciò nella mano una croce di rame, come si usa fare tra fratelli... Ed io dappertutto sento gli echi della canzonetta della steppa. Perfino a casa sto a disagio, piango e m'intristisco. Rispondi, mio sconosciuto, a colei che ti ha tanto cercato! (1913)
Come amo, come amai guardare le sponde unite, i balconi da secoli incontaminati! E così tu sei, Pietroburgo, per noi lucidi e folli; ma quando si adagia sulla Neva la tua speciale ora serale e come un baleno passa il vento di maggio e sfiora le colonne assolate tu sei come un peccatore che prima della morte sogna un bellissimo sogno di paradiso. (1916)
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