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                        L'ICONA DELLA MEMORIA

Della prima poesia achmatoviana - ma con un segno critico esteso alla totalità della produzione lirica - Sklovskij diede un giudizio sbrigativo e sintetico: " E' come una lama di luce in una stanza buia " quasi a sottolineare l'esiguità del racconto poetico, pur caratterizzandone l'intensità espressiva ed emotiva e riconoscendo all'Achmatova una felice disposizione verbale, tesa a raccontare la propria natura femminile attraverso l'incastro di  illuminazioni repentine e rivelatrici. Della poesia successiva al periodo bellico e alla condanna zdanoviana la critica ufficiale mantiene un cauto riserbo, mentre gli slavisti più accreditati, francesi e tedeschi, tentano di uscire dalle secche del giudizio ideologico per tentare di comprendere, al di là della riconosciuta evoluzione tecnica ed espressiva, la validità di una poesia che attraversa ininterrottamente oltre mezzo secolo di storia letteraria.
La puttana e la suora - così come la definì Zdanov, ritagliando per l'Achmatova un'espressione altrove elogiativa da parte di Ejchembaum - non poteva non influire sui critici più ortodossi e tenerli come sospesi a mezz'aria, in attesa che il barometro variasse sull'indice della densità dell'aria e consentisse un giudizio più prossimo alla vera pressione e all'umidità di questa poesia; anzi la vera ' densità 'della poesia achmatoviana va ricercata nella sua apparente fragilità, che le permette di arrivare fino ai nostri giorni senza la diluizione del tempo e delle ideologie, politiche e poetiche.

Blok, Majakovskij, Pasternak sembrano anch'essi irrimediabilmente sospesi, fotografati, in senso barthesiano, in quella striscia di tempo che taglia violentemente gli anni intorno al '17: Blok, l'infante angelizzato, che canta la sua follìa nascosta sulla luna-Pietroburgo, nel sogno mistico e amoroso di una realtà che è solo desiderio di stravivere; Pasternak che vive le lacerazioni del possibile, lo spirabile lumen virgiliano che tenta le illuminazioni del continuo dalle finestre di un moralismo appartato e titubante, misto di estetismo e di delicata passione, fino ad apparire, insensibilmente da sé, quel che si dice " un cattivo soggetto politico ". E Majakovskij, che ironizza "sui riccioluti versi" dei Severianin, o quelli stucchevoli dei Dorònin, non è egli stesso sospeso in una nube dalla quale urlare lo sberleffo dell'Uomo Nuovo ai benpensanti denigratori della poesia e dell'arte? Questa non è un'antologia, né un appiglio per superare quel metro di marmo liscio che i muratori mettono ai muri esterni delle case per impedire l'arrampicata delle lucertole: è per significare che esistono logiche poetiche come esistono tulipani gialli e rossi; oltre la parola poetica tutto è consentito, anche l'immortalità. Come Pasternak anche Anna Achmatova è l'unico poeta che abbia scritto prima e dopo la rivoluzione di Ottobre: la prima poesia racconta sempre una privata vicenda, con toni colloquiali, ravvivata da interrogativi retorici che hanno lo scopo di attirare l'attenzione del lettore, più che riversare, sull'imprecisato interlocutore, il peso della estenuazione poetica. Esse appaiono costruite come piccole missive all'innamorato - a volte sconosciuto che sembra desiderato - così che il tono comunicativo è teso più alla rappresentazione di un'intima necessità di confessione che ad esigere la partecipazione al privato. Ma le sensazioni del quotidiano femminile, i quadri iconici dello scenario amoroso, i piccoli trasalimenti al cospetto di una natura ordinata ma mutevole - secondo l'occhio che la riporta all'intimità della suggestione poetica - tutto questo corredo minimo, minimale, è modellato e adagiato su un angolo di cristallizzazione privilegiato: il sentimento.

L'ordito dei versi e la mediazione della recita colloquiale, tra un offerente io e un ricevente tu, sospesi e lievitanti in un parco, in una stanza, in un campo arato, sono l'occasione per identificazioni e sostituzioni nel gioco delle parti possibili: un riconoscersi accessibile e privilegiato per una privata gestione della passione amorosa e del ruolo femminile.

Il cielo, i fiumi - la Nevà e il Dniepr - i campi, le case, i campanili non sono mai coinvolti direttamente ma diventano un referente essenziale per giustificare il mutamento del gioco verbale, a similitudine del gioco di intreccio dei sentimenti. Natura e parole non debordano mai nell'economia della strofa, ma reagiscono induttivamente sul poeta, il quale si riserva di utilizzarli, nominandoli, affinché l'io non sia anch'esso soverchiante ma rimedi per congiungere il tutto poetico in una chiusa illuminante, attraverso il dominio di un'unica frase chiarificatrice, la quale è incaricata di ristabilire un'assenza di gerarchia, di chiudere in cornice la scena e i suoi vaganti elementi.

L'Achmatova usa presentarsi quasi umile, direi volutamente dimessa, con incominciamenti descrittivi di una levità come si ritrova in certa poesia orientale - e penso alla poesia cinese T'ang - che la poetessa dovette conoscere attraverso la mediazione di Gubilëv, dove lo scenario di cose e animali, sempre mobili, per contrastare la fissità contemplativa del poeta, sono un gioco di segni, monemi o crittografie che riempiono la pagina del taffettà lirico senza disturbare la leggerezza e la trasparenza della costruzione verbale. Come l'Edipo dell'enigma il poeta entra in scena dopo interrogativi per dichiarare il ruolo risolutore, che non è fisico ma psicologico: le situazioni risultano sempre compiute e l'emozione che le alimentava quasi appagate nell'estenuazione profonda del sentimento, così che il lettore non è mai assillato e coinvolto con violenza ma riceve dal poeta il senso di un rassicurante dominio emotivo dopo lo sforzo di memore riflessività. L'ostinata cronologia e l'esatta geografia degli episodi poetici non vogliono marcare la nostalgia di un diario intimo e adolescenziale, ma sottendono, mi pare, ad un'operazione di riconoscimento essenziale che punta ad esorcizzare la memoria collettiva dei tempi e dei luoghi: è il tentativo di riconoscersi e ritrovarsi attraverso una segreta accumulazione di sé, come i grani del rosario di Ciotki o dello stormo di uccelli-versi, o i fiori della piantaggine. Contro il Tempo, contro gli innumerevoli Zdanov di tutti i giorni, contro la sconfessione dell'ultima ora Anna Achmatova ribadisce il ruolo privilegiato del poeta con la caparbietà che sa vestirsi del dimesso e del nicevò, che infine sottolinea il sottile raziocinio dello spirito russo di fronte all'inevitabilità della Storia.

Nella poesia russa contemporanea L'Achmatova si situa come un'icona della memoria, sacra e blasfema insieme, con la presunzione dei suoi ori e la povertà delle lacche colorate, su una nuda parete azzurra, come sulla tela di Modigliani.
( Lo stormo bianco - trad. di Gene Immediato - San Paolo, Milano 1992)
 

 

Note del traduttore

Intrusioni e doppiaggi potrebbe essere il sottotitolo al lavoro di traduzione de Lo stormo bianco: la traduzione, in genere, non riesce mai a rendere il piano del significante, mentre è più agevole, almeno in quasi tutte le operazioni di voltura, rendere intatto il piano del significato. Con queste limitazioni, difficilmente superabili, - quando non si voglia produrre esclusivamente un lavoro di antologia scolastica - mi è sembrato opportuno, con grande orrore, immagino, degli specialisti, modificare in parte la sequenza sintattica delle composizioni, enucleare il seme semantico che regge il verso e, con deplezioni e sovrapposizioni, 'rifare il verso' all'Achmatova.

La perdita parziale del tono colloquiale, suggestivo nel verso originale russo per la cadenza delle rime, la mancanza, inoltre, di un rifacimento ritmico non debbono apparire come una dissennatezza, ma costituisce l'unica scrittura consentita in casi simili, cioè quando si vuole tradurre un verso e si è costretti a trascriverlo immediatamente per evitare che rimanga a galleggiare nell'astuta memoria per originali e future appropriazioni.

 

Lo stormo bianco è stato tradotto dal volume Poesie e poemi di Anna Achmatova, edito a Leningrado nel 1977 dall'Unione degli Scrittori Sovietici.



























 LO STORMO BIANCO

trad. di Gene Immediato

Consci che siamo inermi
e nulla possediamo,
che ogni cosa è persa
- così che ogni giorno
è anniversario di memoria-
sulla nostra passata ricchezza
e sulla grande munifica dea
abbiamo iniziato a comporre
canzoni.
(1915)
Lascio la casa bianca e il muto giardino.
Deserta e luminosa mi sarà la vita.
Nessuna donna saprà cullarti
come io ti celebro nei miei versi:
non scordare la tua cara amica
nell'Eden che hai creato per i suoi occhi,
per me che spaccio una merce rarissima
e vendo il tuo tenerissimo amore.
                      (Carskoe Selo, 27 febbraio 1915)
Tante pietre mi hanno lanciato
che più nessuna mi fa paura, ormai:
sto in-difesa tra alte torri
in una torre sicura e snella.
Dico grazie ai suoi costruttori:
non si diano pena, né preoccupazione.
Da qui annuncio l'alba in anticipo
e il trionfo dell'ultimo sole:
dalle finestre entrano i venti del nord
e la marina e un colombo prende
il grano dalle mie mani...
Divinamente tranquilla e leggera
la mano scura della Musa rinchiude
l'incompiuta pagina dei versi.
                      (Slepnevo, 6 giugno 1914)
Dapprima brucipunge
come un venticello gelato,
poi nel cuore cade
come una lacrima salata.
E l'anima ignara sarà triste
di qualcosa, si rammaricherà
della leggera mestizia
e non la scorderà giammai.
Io semino soltanto. Altri
verranno a raccogliere, è certo!
Benedici, o Signore,
il sentiero delle giubilanti mietitrici.
Per ringraziarti ho osato oltre misura,
vorrei dare al mondo più dell'imperituro amore.
                        (Slepnevo, 1916)

E' tenue la mia voce
ma la volontà non s'indebolisce,
mi è facile perfino vivere senza amore.
Il cielo è alto, sento la tramontana
e sono puri i miei pensieri.
La vigile infermiera è passata oltre
e non si rattrista stare in cenere,
né mi appare mortale la curva lancetta
scoccata dall'orologio della torre.
Come il passato perde potere sul cuore!
Presto sarò libera. Tutto perdono
mentre rincorro l'altalenante luce
tra l'edera umida e primaverile.
                            (Primavera del 1912)

 Era geloso tenero  appassionato,
mi amava come un sole divino,
ma perché non cantasse il passato
ha ucciso il mio uccello alburnino.
Entrando nella stanza al tramonto
-"Amami - disse - ridi, scrivi versi!"
E ho seppellito l'allegro uccello
oltre il pozzo tondo, al vecchio ontano.
Ho promesso che non avrei pianto,
ma il cuore mi è diventato di pietra
e ovunque mi sembra di udire
la sua dolce canzone.
                         (Autunno del 1914)

 

Sei pensosa, amabile memoria!

Mi tocca cantare arsa nel tuo fumo

mentre altrui usano la viva fiamma

per scaldare l'infreddolita anima.

 

Le mie lacrime sono necessarie

per intiepidire il loro corpo sazio...

Per questo, o Signore, ho cantato,

per questo ho voluto l'ostia dell'amore!

 

Che io beva il mio veleno

e diventi muta, l'esitante gloria

obnubila con l'accecante oblio.

                            (Slepnevo, 18 luglio 1914)

 


 

S'è offuscata in cielo la lacca turchina

e più acuto è il canto dell'ocarina.

Non c'è ragione che si lamenti tanto:

è solo un gingillo vuoto d'argilla.

Chi le ha parlato dei miei peccati?

e perché mi perdona?...

Intona i tuoi ultimi versi

la voce persa.

                                 (1912)

 


 

                        (a V.S.Sreznevkaja)

 

Al posto della saggezza c'è l'esperienza,

insipida bevanda senza miele,

e la giovinezza è persa - come ritrovarla?-

al pari di un rito domenicale.

Troppe strade deserte ho camminato

con chi non è stato gentile,

troppi inchini ho penato per amore

di colui che mi ha amata...

 

Sono diventata più smemorata

di mille smemorati,

silenziosi sono andati i miei anni:

non si deve mai ridare

la bocca non baciata, l'occhio al rinnegato.

 


 

Sei ancora tu! Non come l'innamorato,

ma come il marito insolente e duro

sei entrato nella casa e mi osservi.

M'impaurii come il silenzio

prima del temporale.

Pretendi che ti risarcisca del tuo,

il tempo e l'amore che mi hai dato.

Ti ho tradito. E me lo ripeti

e non ti stanchi mai di dirlo.

Così il morto turba il sonno dell'omicida,

così l'angelo nero attende il moribondo.

Perdonami, ora. Dio insegnò il perdono.

Nella febbre già mi tormento, ma lo spirito

è libero nella serena morte.

Ricordo soltanto il dolce giardino spoglio

e i gridi delle cicogne e i campi neri...

Oh, come m'era dolce il mondo con te!

                              (Slepnevo, luglio 1916)

 


 

La Musa è partita per la strada

autunnale ripida scoscesa

e portava ai piedi una catena-rugiada.

Lungamente l'ho pregata

di aspettare l'inverno con me.

Ma mi ha detto: "Qui è una tomba,

come puoi ancora respirare?"

Le volevo dare una colomba,

la più bianca della colombaia,

ma l'uccello già si era involato

al segno della mia bella amica.

Tacendo la seguivo con lo sguardo,

l'amavo come l'unica ragione,

mentre l'alba già s'annunciava

come una porta del suo paese.

                           (Carskoe Selo, 15 dicembre 1915)

 


 

Ho smesso il riso,

le labbra son gelate,

ad una sola speranza

segue più di una canzone.

Senza colpa cederò il canto

al riso e alla profanazione,

ché al colmo del dolore

per l'anima è il silenzio

d'amore.

                              (Carskoe Selo, aprile 1915)

 


 

Volano, sono ancora in viaggio

le parole-viatico dell'amore,

ma sento già l'ansia del canto

e più fredda del ghiaccio è la bocca.

Ma dove frusciano le rade betulle,

stringendosi ai balconi indifferenti,

là s'intrecciano rose in rosse serti

ove risuonano voci d'invisibili dei.

 

E viene già oltre una luce più prodiga

come un vino rosso ardente...

Si è bruciata la mia coscienza

col rovente profumato vento.

                         (Slepnevo, estate 1916)

 


 

Questo freddo giorno è passato

nella stupenda città di Petrov!

E' calato il sole come un rogo

e il buio è infittito lento.

 

Non cederò i miei occhi

profetici e immutabili,

a lui darò il verso eterno,

la preghiera arrogante delle labbra.

                             (Inverno del 1913)

 

 


 

Imploravo: "Sazia la mia sete di poesia!"

Ma l'uomo non riceve nulla dalla terra

e niente si è sublimato ancora.

Come fumo del sacrificio io non volo

al trono della gloria, né m'innalzo,

ma serpeggio ai piedi, tra l'erbe,

umile, mio Dio, già prosternata:

oserà il fuoco del cielo

il mio ciglio serrato

e la mia miracolosa mutezza?

                               (1913)

 


 

C'è nell'intimità degli uomini un confine

che né amore o passione possono osare,

anche se si fondono in terribile silenzio

e il cuore si spezza di desiderio.

 

Anche l'amicizia qui è impotente, e gli anni

pieni di felicità alta infiammata,

quando l'anima è libera e distratta

dal lento languore della voluttà.

 

Pazzo è colui che vi si appresta,

raggiungerlo è morire d'angoscia...

Ora puoi capire perché non batte

il mio cuore sotto la tua mano.

                              (Pietroburgo, maggio 1915)

 


 

Tutto è stato sottratto: l'amore e la forza.

Anche il corpo, perduto nel borgo senza amore,

non è contento del sole.

Non conosco l'indole della Musa gioiosa:

ella mi guarda e tace

mentre, spossata, piega sul mio petto

la testolina nell'angusta corona.

E la coscienza s'infuria da sola

e terribilmente esige il massimo tributo.

Col viso coperto le rispondevo...

Non ho più lacrime né giustificazioni.

                                    (Sebastopoli, autunno 1916)

 


 

Per noi

perdere la freschezza delle parole

e il moto puro dei sentimenti

è ciò che rende l'arte al pittore

o la voce e il gesto per l'attore

o la bellezza per la donna bella?

Ora non tentare di serbare per te

ciò che il cielo ti ha dato:

siamo destinati  - e ben lo sappiamo-

a elargire, non ad accumulare.

Và, guarisci i ciechi,

conoscerai nel dubbio oscuro

la maligna risata degli emuli

e l'indifferenza della moltitudine.

                           (Slepnevo, 23 luglio 1915)

 


 

           Risposta.      

                  

                              a V.A.Komarovskij

 

Che strane parole mi ha recato

il quieto giorno d'aprile!

Sapevi che in me era viva ancora

la terribile settimana di passione.

Non udivo campane che ruotano

nel limpido azzurro.

Per giorni ora echeggiava un riso di rame,

ora fluiva un pianto argentino.

Ma io, coprendomi il viso,

come prima di un ultimo addio

giacevo in attesa di ciò che ancora

non era chiamato tormento.

                             (Carskoe Selo, primavera 1914)

 


 

La mia culla beata fu un'oscura

città, presso un temibile fiume,

e il maestoso letto su cui posavano

corone i tuoi graziosi putti,

città amata d'un amore amaro.

Sei stata il sale delle mie suppliche,

tu, bella tranquilla nebbiosa.

Lì si è mostrato il mio innamorato

segnandomi la via luminosa,

e la mia triste Musa là

mi ha condotta come un'ebbra bendata.

                                    (1914)

 


 

     9 dicembre del 1913

 

I giorni più bui dell'anno

debbono diventare chiari.

Sono tenere le labbra

e non trovo parole che l'eguaglino.

Solamente non osare in alto lo sguardo,

conservami in vita:

li hai più luminosi delle primeviole,

e mi sono mortali.

Ho finalmente capito che non serve

tentare parole, i rami innevati son leggeri...

Ho già disteso reti di uccellatori

sulla riva del fiume.

                                   (1915)

 


 

Come puoi guardare la Neva?

come puoi tentare i ponti?...

Mi dicono che sono triste

da quando tu sei apparso.

Gli angeli neri hanno aguzze ali;

presto ci sarà l'ultimo giudizio

e i falò di lamponi

come rose crescono sulla neve.

                                  (1914)

 


 

Sotto il tetto dell'isba

non canto i pallidi giorni,

leggo le lettere degli apostoli,

leggo le parole del salmista.

Ma le stelle si fanno azzurre

e la brina vellutata sfarina,

ogni incontro è una rivelazione:

nel libro la rossa foglia d'acero

è posta nel Cantico dei Cantici.

                                   (Inverno 1915)

 


 

Mi sei accanto da un anno intero

e come prima sei giovane e ridente!

Possibile che non ti stanchi

il canto inquieto delle corde smosse?

Quelle corde che tese vibravano

ed ora gemono leggere,

mentre la mia mano esile di cera

le tormenta senza scopo?

Davvero occorre poco per la gioia

a chi ama d 'amore tenero e luminoso,

poiché non gli toccano la bella fronte

né gelosia collera risentimento.

Egli sta silenzioso e non chiede carezze,

lungamente mi guarda estasiato

e con sorriso beato sopporta del mio deliquio

il terribile vaneggiamento.

                              (Slepnevo, primavera 1915)

 


 

La città si è come oscurata

al mio approdo inusitato.

Vladimir ha issato una croce bluastra

sul suo fiume, a sentinella.

I tigli fruscianti e gli olmi

sono oscuri lungo i giardini,

verso Dio volano stelle

come diamanti spinosi.

Qui finisce la mia via

gloriosa e tormentata;

e con me tu solo rimani,

simile a me, specchio del mio amore.

                             (Estate 1914)

 


 

La segreta primavera si è illanguidita,

l'invisibile vento è corso ai monti

e il lago è un profondo azzurro:

il tabernacolo del battezzatore.

Tu temevi impaurito il primo incontro,

mentre io già pregavo per il secondo.

E oggi è di nuovo una serata afosa:

il sole si è riaccostato al monte...

Tu non sei con me, ma non è un distacco:

ogni attimo per me è un solenne richiamo.

So bene del tuo tormento:

ora non puoi pronunciar parole.

                                (Pietroburgo, primavera 1917)

 


 

        Distacco.

 

Ho davanti la via isoscele

della sera.

Già ieri, innamorato,

supplicava: "Non dimenticarmi".

E adesso solamente i venti

e i gridi dei pastori

e i cedri agitati

sopra fresche fontane.

                                (Pietroburgo,  primavera 1914)

 


 

Il viale della marina è fosco,

gialli e puri sono i fanali.

Sto tranquilla. Solo bisogna

che non oda parole di lui.

Mi sei caro e fedele, saremo amici...

passeggeremo, ci ameremo, invecchieremo

Le lune leggere passeranno alte

come stelle di neve.

                                   (Marzo 1914)

 


 

Non stiamo in un bosco,

basta un richiamo:

non amo beffe siffatte...

Perché non vieni a cullare

la mia coscienza offesa?

Hai altre preoccupazioni,

c'è l'altra moglie...

Negli occhi asciutti mi guarda

la primavera pietroburghese.

Prodiga d'affanno mi ucciderà la tosse.

Sulla Neva già comincia il disgelo

con la manina languida del Vapore.

                                    (Primavera 1914)

 


 

Il Signore è inclemente con i mietitori

e con gli ortolani.

Tinnando cadono oblique piogge

e i larghi mantelli d'acque son screziati,

spezzati sono gli specchi del cielo riflesso.

 

Nel regno sommerso vi sono prati e campi

e zampilli liberi cantano tranquilli,

e sui rami ingrossati scoppiano i prugni,

marciscono lente le calpestate erbe.

 

E attraverso la ragna acquosa

io vedo il tuo caro volto,

il parco silenzioso il chiosco cinese

il tondo terrazzo dinanzi alla casa.

                             (Carskoe Selo, estate 1915)

 


 

Tutto era una sua promessa attesa:

il riflesso di minio del cielo,

la veglia dormiente del Natale,

il fragoroso vento pasquale,

la traccia pervinca della vite,

le cascate immote del parco,

perfino due grandi libellule

sulla rugginosa ghisa del recinto.

 

E non potevo non credere

che mi seguisse accanto,

mentre andavo per i monti scoscesi

lungo uno scottante sentiero di pietra.

                                 (Sebastopoli,  autunno 1916)

 


 

Come una fidanzata ricevo

una lettera ogni sera;

a notte fonda rispondo

all'amico.

- "Sono ospite della bianca morte

nel buio della Stradario tenero amico,

nella vita non nuocere

a nessuna creatura".

C'è una grande stella

tra due steli

che già promette un evento.

                                 (Hjuvinkka, ottobre 1915)

 


 

Angelo di Dio, che un mattino d'inverno

in segreto ci hai fidanzati,

allontana lo sguardo dei gelosi

dalla nostra vita rasserenata!

 

Per questo noi amiamo il cielo

e l'aria fine, il vento ondoso

e i rami che anneriscono

oltre la balaustra di ghisa.

 

Per questo amiamo la città scura,

profumata d'acqua, e le nostre rese

e le ore dei nostri incontri

rapidi e inattesi.

                                        (Inverno 1914)

 


 

In qualche luogo c'è una vita semplice

e un mondo tiepido, trasparente e gaio...Là,

verso sera, il vicino parla alla fanciulla

attraverso lo steccato e le api

testimoni odono la più tenera

tra le conversazioni.

 

La nostra invece è solenne e intricata

e amiamo i riti dei nostri amari incontri

quando il vento d'improvviso ci tronca

il colloquio appena iniziato.

 

Ma con niente scambieremo la sfarzosa

fortezza della gloria e della sventura

e gli splendenti ghiacci dei larghi fiumi

e la voce appena udibile della Musa.

                               (Slepnevo,  23 giugno 1915)

 


 

E' arrivata. Non ho tradito l'ansia

guardando alla finestra con indifferenza.

Come un idolo di porcellana mi ero seduta

nella posa che lei prediligeva.

Essere allegri è questione di abitudine,

più difficile è stare all'erta...

O la languida indolenza ha vinto

dopo le piccanti notti di marzo?

 

Poi il fruscio odioso delle parole

e il caldo tedioso del giallo lampadario

e il guizzo delle abili serpentine

su la vivace leggera mano.

Sorrise ancora l'interlocutore

e mi guardò speranzoso...

Mio felice ricco erede,

leggi il mio testamento.

                                (1914)

 


 

         La fuga.

                   a O.A.Kuzmina-Karavaeva

 

-"Ci toccherebbe andare solo fino al litorale,

mia cara!"- "Taci..."

E cominciammo a scendere le scale

come rapaci, cercando le chiavi.

Poi oltre le case,

dove qualche volta avevamo danzato

e bevuto del vino, e poi oltre il Senato,

dal bianco colonnato al buio corvino.

-" Che stai facendo, insensato!"

-"Ti amo solamente! Il vento è possente,

si starà allegri sul battello!"

Avevo stretta la gola per il timore:

ci accolse nelle tenebre una navetta...

L'odore acre della marina bruciò

l'ultimo tremolante respiro.

-" Dimmi, tu lo sai di certo:

io non dormo, vero? Così avviene in sogno..."

Si udivano i remi sciabordare

tra l'onde tremolanti della Neva.

Al chiaro mattino

qualcuno ci chiamò dal ponte,

io strinsi la catenella-icona tra le dita.

Poi mi portasti in braccio

come una bimba sfinita

e sulla vela candida del naviglio

incontrai il giglio di un giorno

che non potrò più dimenticare.

                          (Giugno 1914)

 


 

Di te mi ricordo di rado,

non sono curiosa del tuo destino,

ma il segno lieve che hai tracciato

non si cancella dal rifugio dell'anima.

Di proposito evito la tua casa rossa,

la tua casa rossa sopra il fiume torbido

e so che agito crudelmente la tua quiete

come un raggio nell'oscura siepe.

 

Vorrei che mai ti fossi adagiato

sulle mie labbra per chiedere amore,

vorrei che tu non avessi immortalato

con versi dorati le mie pene:

io ammalio segretamente il futuro

(se la sera è completamente turchina)

e sento in anticipo l'appuntamento

inevitabile e vicino.

                           (1913)


 

   Statua a Carskoe Selo

                                  a N.V.N.

 

Già le foglie dell'acero

volano nello stagno dei cigni,

sono insanguinati gli arbusti

del sorbo che matura pigramente.

 

Con le gambe incrociate, armoniosa

e bella, ella siede, insensibile al gelo,

guardando le strade sulla pietra ventosa.

Ho provato un vago terrore

davanti a questa ninfa celebrata.

Sulle spalle il tramonto le cadeva

come un manto dorato.

 

E come potevo io perdonarle

il vigore della tua lode innamorata...

Vedi, lei è allegra di sospirare

così allegramente nuda.

                            (Autunno 1914)


 

Il sonno mi ha già ridonato

il nostro paradiso stellato:

la Bahçisaraj dorata

dalle fontane animate.

Oltre lo stagno pensoso

con gioia abbiamo ricordato

i giardini di Carskoe Selo,

e l'aquila di Caterina (eccola!)

l'abbiamo subito riconosciuta.

E' volata nella profonda vallata

lasciando nude le porte di rame.

Perché durasse a lungo nella memoria

il canto triste dell'addio

foglie rosse ci ha portato

il tenebroso autunno

e ne ha cosparso l'orlo delle scale,

dove noi ci dicemmo addio

e da dove sei partito, consolatore alato,

per le tenebre desolate.

                          (Sebastopoli,  autunno 1916)


 

Sempre vedo le colline di Pavlosk,

il rotondo prato come un lago,

così languido e ombroso

che non si può dimenticare.

 

Appena oltrepassi la porta egizia

ti sfiora un fremito beato:

non vivi, ma esulti e deliri,

o vivi una vita altra data.

 

Il vento autunnale freddo pungente

Vaga contento della solitudine.

Sulla neve morbida svettano gli abeti

ammantellati di bianca brina.

 

E una cara voce risuona piena

di un delirio ardente, il canto

del pettirosso volato sul rame

animato del luminoso Apollo.

                            (Carskoe Selo, 1915)

 


 

Il sempreverde è scarno e rosato.

Rudemente le nubi sono state incollate

al fresco orizzonte.

La solitaria quercia del parco

ha foglie esili, sottili lame.

Il crepuscolo arde fino a mezza notte.

Come si sta bene nella mia stretta icona!

Oggi gli uccelli mi parlano di tenere cose,

di meraviglie inusitate, future attese.

Sono felice. Ma più di tutto mi è cara

la strada declive del bosco,

il ponte malfermo e un poco incurvato;

più di tutto mi è cara l'attesa

di questi frettolosi giorni contati.

                           (Slepnevo, estate 1916)

 


 

         Neve di maggio.

 

Un velo trasparente giace

sulla fresca zolla, si scioglie

furtivamente. L'irosa primavera

di mature gemme fa strage.

 

E per questa morte prematura

io già dispero del divino.

In me c'è la tristezza di cui David re

ha donato regalmente i millenni.

                         (Slepnevo, maggio 1916)

 


 

Perché ti celi nel vento

nella pietra, nell'uccello?

Perché mi sorridi

dal cielo con un improvviso baleno?

Non tormentarmi oltre, lasciami!

Lasciami alle sagge occupazioni...

 

Vaga un esitante fuoco

su grigi paludi disseccate.

La Musa in un logoro scialle

canta tristemente il suo peana:

la sua forza accesa è nella nostalgia

pungente attesa della giovinezza.

                        (Slepnevo, luglio 1915)

 


 

L'acquario del cielo è un vuoto ialino,

(l'ampolla biancastra di un'immensa prigione)

su Volhov che azzurra

è calato il solenne canto di un corteo.

 

Il vortice settembrino,

strappando le foglie della betulla,

grida e si agita tra i rami,

la città ricorda il proprio destino:

qui ha regnato Marfa, e Arakceêv.

                        (Novgorod, settembre 1914)

 


 

         Luglio 1914.

 

              I

C'è odore di bruciato. Da quattro settimane

la torba secca arde nelle paludi.

Oggi nemmeno gli uccelli hanno cantato

e il pioppo ha smesso di vibrare.

Il sole è diventato un castigo divino

e da Pasqua non piove sui campi riarsi.

Un passante storpio è arrivato sulla via

e solitario urlava:- "Tempi funesti sono annunciati.

Presto staremo stretti per le nuove tombe.

Verrà l'adulatore, il vile, la moria,

l'oscuramento degli astri celesti.

Solo la nostra terra non dividerà

per proprio interesse il bandito:

la Vergine stenderà sui grandi affanni

un bianco mantello".

              

                 II

Il dolce odore del ginepro

vola dai boschi in fiamme.

Sui bambini gemono le mogli dei soldati,

nel villaggio risuona il pianto delle vedove.

Non per niente han cantato i Tedeum:

la terra aveva nostalgia di pioggia!

I campi devastati sono stati irrorati

da un tiepido rosso liquore.

Il cielo è basso, basso e vuoto

e sommessa è la voce che prega:

-"Feriscono il tuo santissimo corpo,

tirano a sorte le tue vesti".

                        (Slepnevo, 20 luglio 1914)

 


 

La voce ha vinto contro il grande silenzio.

In me c'è ancora come una canzone o un pianto,

l'ultimo inverno prima della battaglia.

Più bianca delle arcate di casa Smolny,

più misteriosa del lussuoso Giardino d'Estate

ella ha cantato. Non sapevamo che presto

nell'estrema nostalgia avremmo rimpianto

il passato.

                         (Gennaio 1917)

 


 

Non sappiamo dirci addio:

ancora andiamo spalla a spalla

mentre cala il crepuscolo e tu

sei pensieroso ed io taccio.

Se in chiesa ci capita di vedere

un funerale, un matrimonio, il rito

al fonte battesimale presto ne usciamo,

senza guardarci in viso...

Perché ci lega questo disagio?

Se al cimitero sediamo sulla neve

calpestata allora tiriamo un leggere sospiro,

mentre tu tracci col bastone bianche stanze

dove crediamo di dormire uniti.

                               (1917)

 


 

                 Là Mikhail Archstratig

                 lo arruolò nel suo esercito.

                              (N.Gumilëv) 

Di lui non hai più notizie,

e nemmeno ne senti parlare.

La sua tomba è perduta

nell'afflitta Polonia.

Sia quieto e sereno il tuo animo,

non ci saranno più perdite:

l'esercito divino ha un nuovo guerriero,

ora non devi affliggerti oltre.

E non Vale piangere; nella casa paterna

è peccato intristirsi.

Pensa: tu qui puoi inchinarti

al tuo Salvatore.

                            (Carskoe Selo, settembre 1914)

 


 

Meglio sarebbe ch'io cantassi briosi stornelli

e tu suonassi la stridula fisarmonica

e andando di notte abbracciati per i campi d'avena

perdere il nastro della composta treccia.

 

Meglio sarebbe per me cullare un tuo bambino

e per te guadagnare mezzo rublo al giorno

e poi andare al cimitero nelle commemorazioni

e guardare il bianco lilla di Dio.

                                 (1914)

 


 

           Preghiera.

 

Dammi amari anni di pianto,

la malattia, l'insonnia, l'affanno.

Portami via il figlio e l'amante

e il misterioso dono del canto.

Così prego durante la tua messa

dopo tanti giorni penosi,

affinché la nebbia sulla Russia oscurata

sia fugata da una raggiera brillante di luce.

                          (Pietroburgo, secondo giorno della Trinità)

 


 

- " Altezzosa, dov'è il tuo zingarello,

quello che piangeva sotto il nero scialle,

dov'è il tuo primo bambino, cosa rammenti

del tuo piccolino?"-

Il destino di madre è un luminoso tormento:

non ne fui degna. Nel bianco paradiso

si è aperta una porticina,

Magdaljna si è preso il figlioletto.

Ogni mio giorno è buono e gioioso,

mi sono tuffata in una lunga primavera,

solo le mani hanno nostalgia del peso,

solo nel sonno sento il suo pianto.

Il cuore sarà trepido e triste

e allora non ricorderò più nulla:

Vago sempre per le oscure stanze,

cerco sempre la sua piccola culla.

                    (Pietroburgo, 11 aprile 1914)

 


 

A volte ho maledetto il cielo

e questa terra e le mani

che agitano fortemente

questo mulino coperto da licheni!

Come tre anni fa nella dependance

giace un morto sulla panca, rigido e canuto.

Come allora i topi rodono i libri

e la candela riverbera sinistra.

L'odioso sonaglio della città bassa

canta una sciocca canzone

sulla mia amara allegria.

E già le dalie si sono affacciate

brillanti sulla via d'argento

dove vivono lumache e spira l'assenzio.

Così è stato: il carcere mi è diventato

una seconda patria,

ma della prima non riesco a ricordarmi

nemmeno nella preghiera della sera.

                          (Slepnevo, luglio 1915)

 


 

Qui

non è possibile arrivare

con la barca, né col calessino.

Sulla neve smossa sta un'acqua

profonda

che assedia il podere da tutti i lati...

Ah, dispera nell'anima

il nuovo Robinson:

è andato a curare la slitta, gli sci,

il cavallo; poi mi attende sul divano

e con il corto sperone logora il tappeto.

Ora gli specchi non vedono

il placato sorriso.

                      (Slepnevo, autunno 1916)

 


 

La luna trascorre tra fitte ramaglie,

risento il passo regolare di caValli.

Non vuoi dormire,

un anno è passato: al tuo letto nuovo

non sei ancora abituato?

Non ti parlo forse

attraverso il grido acuto d'uccelli?

Non ti guardo ancora

attraverso opache pagine ribelli?

Che ti aggiri a fare come un ladro

nella casa diventata silenziosa?

Forse rammenti un giuramento

e speri che mi rifaccia viva?

Mi addormento.

Nell'anima buia

la luna ha gettato una lama.

Ancora rumore. Batte ora

come il mio trepido cuore.

                          (1914)

 


 

Ero vicina al bosco dei pini.

Una grande calura faceva lontana la via.

Scostata la tenda di una porta

ne uscì un uomo brizzolato, onesto e mansueto.

Dopo avermi un pò guardata

il chiaroveggente disse:- "Sposa di Cristo!

Non invidiare le spose fortunate:

assieme ad esse tu sei destinata.

Dimentica la casa del padre,

sii pura come il giglio celeste.

Sofferente e malata dormirai sulla paglia

e accetterai una fine beata".

Colui che benedice dalla cella

certo ha sentito come ho tanto cantato

sulla via del ritorno sulla mia letizia,

con la meraviglia del cuore gioioso.

                           (Dàrnizza, luglio 1914)

 


 

" Curlì, curlì!" La cicogna ferita

così chiama le compagne

quando in autunno i campi

sono smossi, tiepidi ancora...

Ed io, ammalata, odo il richiamo

delle ali dorate

dalle nubi basse, dalla fitta boscaglia:

" E' tempo di volare, è tempo di volare

sul prato e sul fiume.

Ma già, tu non puoi cantare,

né asciugare le lacrime sul viso

con l'indebolita mano".

                          (Febbraio 1915)

 


 

Riposerò tranquilla

sotto un'asse di quercia nel camposanto.

Tu, caro, la domenica andrai a visitare

la mamma, passando di corsa il fiume

e la collina

così che i grandi non ti raggiungeranno

e da lontano, piccolo perspicace,

riconoscerai la mia croce.

Lo so, caro, che poco

potrai ricordare di me:

non ti ho mai sgridato, non ti ho vezzeggiato,

non ti ho portato a fare la comunione

mai.

                          (1915)

 


 

Il tuo spirito è offuscato dalla boria:

per questo non riconoscerai la luce.

Tu dici che la nostra fede è un sogno

e che questa capitale è un miraggio.

Tu dici che il mio paese è peccatore

e io rispondo che il tuo è senza Dio.

Su di noi ricada ancora la colpa:

si può espiare e riparare a tutto.

Intorno a me ci sono acque e fiori.

Perché mai bussi alla porta

di una povera peccatrice?

So perché sei così irrimediabilmente malato:

sempre cerchi la morte ma temi di morire.

                            (Slepnevo, 1 gennaio 1917)

 


 

Appena arrivo là sparisce il tormento.

Amo i primi freddi. I misteriosi villaggi

dimenticati sono cornucopia di lavoro immortale.

Ma non devo abbandonarmi

con sentimento tranquillo e sicuro:

una stilla di sangue di Novgorod in me

è come un ghiacciolo in un vino frizzante.

A questo non si trova rimedio,

la grande sete non l'ha distrutta

e benché io non abbia ancora cantato

silenziosa mi brilli in fronte.

                            (1916)

 


 

    In memoria del 19 luglio 1914.

 

Di cento anni siamo invecchiati

e questo accadde in una sola ora:

la breve estate terminava,

fumava il corpo delle arate piane.

 

Di colpo una strada silenziosa

si è animata, lacrime sparse, gocciole d'argento...

Coprendomi il viso supplicavo Dio

di farmi morire prima della battaglia.

 

Dalla memoria, fardello ormai superfluo,

sono spariti gli echi dei canti passionali.

Le hanno ordinato di diventare

un libro terribile di notizie tempestose.

                        (Slepnevo, estate 1916)

 


 

Avanti primavera ci sono giorni alati:

il prato dorme sotto una fitta neve,

gli alberi fanno rumore con spoglia allegria

e il tiepido vento è gentile e suadente.

Il corpo si meraviglia di essere leggero

e tu non riconosci più la casa,

mentre la canzone, che prima ti annoiava,

ora la canti come fosse nuova

languidamente.

                           (Slepnevo, primavera 1915)

 


 

Loda soltanto

la quinta stagione dell'anno:

respira l'ultima libertà,

poiché questo è l'amore.

Il cielo è svettato in alto,

i profili delle case sono leggeri

e il corpo non celebra più

l'anniversario della sua malinconia.

                            (1913)

 


 

All'amico del mio cuore

io stessa ho tracciato il destino:

l'ho affrancato alla sua Annunciazione.

Sì, è tornata la colomba grigioperla

e le ali batte contro la vetrata.

La stanzetta di luce si è illuminata

come per magico splendore dell'intarsiata

pianeta cerimoniale.

(Pietroburgo,  primavera 1915)

 


 

        Sogno.

Sapevo che tu mi sognavi

per questo non potevo addormentarmi.

Il fanale cangiò dal torbido all'azzurro

illuminandomi la via.

Tu vedevi il giardino della Zarina,

l'ingegnoso palazzo bianco

e il nero arabesco dei cancelli

dinanzi ai sonori scalini di pietra.

Andavi senza sapere la via

e pensavi: "Più presto, più presto.

Oh, potessi almeno trovarla,

non svegliarmi prima d'incontrarla!"

Ma il guardiano delle rosse porte

ti ha gridato: "Ehi! Dove vai?"

Il ghiaccio si fendeva scricchiolando

e l'acqua si faceva scura sotto i piedi.

-" E' un lago -pensasti - sul lago

esiste certo un'isoletta..."

E d'improvviso un'azzurra fiammata

uscirà dalla nera tenebra.

Ti sei svegliato all'acuta luce

del primo mattino e ti sei angustiato,

poi ad alta voce mi hai chiamata per nome

per la prima volta.

                      (Carskoe Selo, marzo 1915)

 


 

       La casa bianca.

C'è un gelido sole.

Finita la parata gli eserciti se ne vanno.

Son contenta del meriggio di gennaio

e la mia trepidazione è appena mossa.

Qui rammento ogni ramoscello

e ogni minimo segno, ogni profilo.

Attraverso la bianca rete di brina

ad uno ad uno passano i raggi

della luce cremisina.

Qui c'è una bianca casa

con un piccolo ingresso invetriato.

Tante volte con la debole mano

ho tirato l'anello del campanello.

Tante volte...Suonate, soldati,

mentre cerco la mia casa!

La riconoscerò dal tetto appuntito,

dall'edera tenace, la mia casa.

Ma qualcuno l'ha spostata,

in città lontane l'ha celata

o dalla memoria ha cancellato

per sempre quella strada...

Le zampogne dileguano lontano,

la neve vola come fiori di ciliegio...

Certamente nessuno sa

che non esiste più la casa bianca.

                       (Slepnevo, estate 1914)

 


 

Andava per campi e villaggi

e instancabile chiedeva alla gente:

-" Dov'è lei, dov'è la gioiosa luce

delle stelle grigie, il luccichio degli occhi

amati? Già sono arriVati con timida luce

gli ultimi giorni di primavera.

Sogno sempre più spesso di lei,

di lei, teneramente."

Ed è arrivato nella nostra uggiosa contrada

nell'ora silenziosa della sera.

Credeva di essere a Venezia e a Londra insieme.

 

Si è fermato sul granito di luminose scale

davanti ad una chiesa alta e scura

e ha implorato il tempo del primo incontro

col suo primo amore.

E sull'oscuro trono dorato

s'accese un giardino di raggi divini:

-" E' qui, è qui la gioiosa luce delle stelle

grigie, il luccichio degli occhi amati".

 


 

La luce della sera è larga e gialla,

gentile è la frescura d'aprile.

Sei in ritardo di molti anni,

tuttavia son contenta di te.

 

Siedimi accanto

e guarda con occhi gioiosi:

ecco, questo è il mio quaderno azzurro

che contiene i miei versi infantili.

 

Perdona se sono vissuta triste

e poco ho gioito del sole.

Perdona, perdona se per te

io ne ho serbati moltissimi.

                     (Carskoe Selo, primavera 1915)

 


 

Non so se sei vivo

o sei perduto per sempre,

se posso ancora cercarti nel mondo

o ti debbo piangere mestamente

come morto nei pensieri della sera.

Ti ho dato tutto: la quotidiana preghiera

e l'illanguidente febbre dell'insonnia,

lo stormo bianco dei miei versi

e l'azzurro incendio degli occhi.

Nessuno mi è stato più intimo di te,

nessuno mi ha reso più triste,

nemmeno chi mi ha tradita fino al tormento,

nemmeno chi mi ha lusingata e poi dimenticata.

                        (Slepnevo, estate 1915)

 


 

No, tesoruccio, io non sono quella

che tu vuoi vedere in me.

Da molto tempo le mie labbra

non baciano, ma profetizzano.

Non pensare che nel delirio,

tormentata dall'estrema nostalgia,

io gridi a voce alta la disperazione:

questo è il mio mestiere.

Ma so insegnare

affinché l'inatteso accada,

come domare per sempre

colei che si è innamorata in un baleno.

Aspiri alla gloria? Allora chiedi

il mio consiglio: quella è una trappola

che non ha né gioia né luce.

Ebbene, ora torna a casa

e dimentica il nostro incontro,

perché del tuo peccato, mio caro,

rispondo io davanti a Dio.

                       (10 giugno 1915)

 


 

Dalla tua memoria estirperò questo giorno

per chiedere al tuo sguardo velato e basso:

" Dove ho visto il lilla persiano

e le rondini, e la casetta di legno?"

Oh, ricorderai spesso l'improvvisa nostalgia

di vaghi desideri e cercherai nelle confuse

contrade dei pensieri quella strada

che non esiste sulla cartina!

Alla vista di una qualunque lettera,

ad ogni voce da una porta socchiusa

tu penserai:" Ecco, è venuta lei stessa

in aiuto alla mia incredulità".

                       (Carskoe Selo, 4 aprile 1915)

 


 

Non mi ha né offesa né esaltata,

come si usa per gli amici o i nemici.

Mi ha lasciato solamente l'anima

dicendomi: "Conservala!"

Ed una sola cosa m'angustia:

se ora egli morirà

l'arcangelo di Dio verrà da me

per chiedere il tributo.

Come la nasconderò allora,

come la terrò segreta al divino?

Ecco che così canta e piange

mentre vorrebbe riposare nel suo paradiso.

                           (Luglio 1915)

 


 

E' rimasta là

la mia ombra che intristisce,

vive ancora in quella stanza azzurra,

attende ospiti dalla città

fin oltre la mezzanotte

e bacia una piccola icona di smalto.

In casa non si vive molto bene:

c'è buio anche quando accendono il fuoco...

Sarà perché la nuova padrona è annoiata,

sarà perché il padrone è un ubriacome

e sente dietro la sottile parete

l'ospite atteso conversare con me?

                            (Slepnevo, gennaio 1917)

 


 

Notte del ventuno. Lunedì.

La città è immersa nel buio.

Un qualche burlone ha scritto

che c'è amore sulla terra.

E per pigrizia o per tristezza

tutti ci hanno creduto. E così vivono:

anelano incontri, temono i distacchi,

cantano amorose canzoni.

Ma diverso si rivela il mistero

e il silenzio calerà su ognuno...

Anch'io mi ci sono imbattuta per caso

e d'allora sono sempre come ammalata.

                                 (Pietroburgo, 1917)

 


 

Il cielo elargisce una pioggerella

sul lilla appena fiorito.

Alla finestra batte le alucce

il bianchissimo giorno di Pentecoste.

E' tempo che l'amico ritorni

di là dal mare: è l'ultimo termine.

Sogno sempre una riva lontana,

pietre sabbia torri.

In una salgo e vado incontro alla luce...

Intorno non c'è traccia di paludi,

né di campi arati, né di campanili.

Me ne sto appena un poco seduta,

dove c'è ancora una buona ombra.

Vieni ad abbracciare la mia pena,

o bianchissimo giorno delle sacre fiammelle!

                          (Slepnevo, maggio 1916)

 


 

Lo so che sei la mia ricompensa

per anni di dolore e di fatica,

poiché alle gioie terrene non ho mai ceduto

e all'innamorato non ho mai detto:

" Tu sei il mio amato".

Perché tutto e tutti ho sempre perdonato

tu sarai il mio angelo.

                             (1916)

 


 

          Al mio caro.

 

Non mandarmi una colomba,

non scrivere lettere inquiete,

non soffiarmi in viso il vento marzolino.

Ieri sono entrata in un verde giardino

sotto la tenda di ombrosi pioppi

dove c'è pace per l'anima e il corpo.

E da qui vedo la cittadella,

le caserme e le garitte del palazzo

e sulla neve il ponte giallo cinese.

Mi aspetti da tre ore: sei infreddolito,

ma non puoi venir via dall'androne

e stupisci per così tante stelle nuove.

Salterò su un ontano come un grigio scoiattolo,

correrò a balzi come un timido animale,

ti chiamerò cigno

perché non abbia timore lo sposo

di attendere nella neve turbinosa e azzurra

la sposa defunta.

                          (Carskoe Selo, 27 febbraio 1915)


 

Il mio destino è così mutato

o davvero il gioco è finito?

Dove sono gli inverni

quando andavo a dormire alle sei

del mattino? Ora vivo, serena e monacale,

una nuova esistenza su una riva inospitale.

Non ho sentore che presto verrà il Natale:

La steppa è di un verde stupendo smeraldo:

Il sole brilla: accarezza la liscia riva

come una tiepida acquetta.

Questo silenzio sognavo con incompiute

parole, nella tristezza e nella gioia,

e così mi fingevo dopo la morte

il vagabondare dell'anima mia.

                            (Sebastopoli-Belbek, dicembre 1916)


 

C'è in me un ricordo come un sasso

che biancheggia nel fondo del pozzo.

Né più voglio e non posso lottare:

quel sasso è il dolore,

quel sasso è l'amore.

Se guardi da vicino i miei occhi

subito lo scorgi: ti fai grave e pensoso

come per un triste racconto.

Sento che gli dei han mutato

gli uomini in cose, senza uccidere

la loro imprevidenza, affinché vivano

eterni stupendi dolori. Tu sei diventato

il mio ricordo.

                            (Slepnevo, 5 giugno 1916)


 

Il primo sole (benedizione divina)

ha sfiorato la guancia dell'amato:

prima sembrò che impallidisse

poi si accostò più dolcemente al sonno.

Gli sarà sembrato un bacio

il calore del celeste raggio...

Così da molto tempo le labbra

con le labbra ho toccato

e del mio caro ho sfiorato

l'omero abbronzato.

Mentre, adesso, a lui volo

con la canzone flebile dei morti:

nel mio peregrinare sconsolato

solo dal raggio del mattino

vengo disfiorata.

                          (Slepnevo, 14 maggio 1916)

 


 

Sembra che la voce dell'uomo

qui mai risuonerà. Al portone

nero batte un vento senza storia.

E mi pare che sotto questo cielo

solo io mi sia salvata,

perché per prima ho voluto brindare

con il vino della morte.

                             (Slepnevo, estate 1917)

 


 

Quando scrivevo la rinuncia

il cielo sembraVa arso

da un'aurora color fumo scarlatto

(la mano era decisa ma stanca

sul pulito candido delle pagine

e come una corrente d'acqua un vento

impetuoso bucava una finestra ovale)

nella più tetra delle capitali.

Non ho guardato nella Neva,

sul granito rischiarato,

ché speravo che ti avrei rivisto

e non più mai dimenticato...

Ma una notte inattesa è scesa

sulla città preautunnale.

Per favorire la mia fuga

si son diffuse fuligginose ombre.

Affinché la steppa fiorisca d'assenzio

e i venti cantino come sirene

ho preso con me soltanto il crocifisso

che mi donasti il giorno del tradimento.

E là, sulla nuda parete, mi difende

dagli amari propositi e non temo

di ricordare nulla: nemmeno l'ultimo giorno.

                          (Baia di sabbia, agosto 1916)

 


 

Come sono ampie queste piazze,

come sono sonori e arditi i ponti!

Su di noi un manto d'oscurità,

quieto e senza stelle, grava pesante.

Come morti camminiamo sulla fresca neve.

Non è forse un miracolo che staremo insieme

un'ora prima della separazione?

Senza volerlo si piegano i ginocchi

e pare che ci manchi il respiro.

Tu sei la luce delle mie poesie,

tu sei il bene estremo della vita.

Presto i neri edifici vacilleranno

ed io cadrò a terra:

ora non ho paura di svegliarmi

nel mio giardino di campagna.

                      (Pietroburgo, 10 marzo 1917)

 


 

Per chi ti ho portato

un tempo sulle braccia!

Per chi è brillata la forza

dei tuoi occhi azzurri!

Sei cresciuto alto e ben fatto,

hai cantato canzoni e bevuto il madera;

nella lontana Anatolia ora porti

la tua torpediniera. Sul colle di Malah

hanno fucilato un ufficiale:

da vent'anni meno una settimana

egli guardava la luce divina.

                              (Pietroburgo, 1918)

 


 

Nè presto né tardi sono nata,

questo tempo è beatamente unico,

soltanto al cuore non è stato dato

dal Signore di vivere senza inganno.

Per questo c'è buio nell'attico,

per questo i miei amici,

come tristi uccelli della sera,

cantano un amore mai esistito.

                                   (1913)

 


 

               Non so che farmene di una striminzita

               gioia, riporterò il marito all'amata

               e metterò a dormire il bambino,

              soddisfatto e insonnolito.

              Nella fredda stanza dovrò pregare

              la Madonna ancora una volta...

              E' difficile vivere da eremita,

              ma è più duro essere allegri.

              Mi basta un sogno infiammato

              per entrare in un tempio montano

              a cinque guglie, candido di pietra,

             lungo sentieri che ricordo a mente.

                                      (Pietroburgo, maggio 1914)

 


 

              La città è sparita. Dell'ultima casa

              ho guardato la finestra come fosse viva...

             Questo posto mi è sconosciuto,

             odora di bruciato e il campo è buio.

             Ma quando l'indecisa luce ha tagliato

             con i raggi la cortina del temporale

             abbiamo visto che uno storpio

             dalla montagna si è avviato al bosco.

             Faceva paura nel vederlo sorpassare

             una troika di allegri e ben nutriti cavalli,

             fermarsi un poco, quindi arrancare

             sotto il suo pesante fardello.

            Quasi non abbiamo notato come sortì

            accanto ad una tenda di carovanieri.

            Gli occhi come stelle azzurrate

            illuminavano un'immagine tormentata.

            Ho teso il bambino al suo cospetto,

            ho alzato la mano con la traccia della catena

            ed egli ha profetizzato con voce sonora:

            " Tuo figlio sarà vivo e sano!"

                                             (Slepnevo, 1916)


 

           Oh, ci sono parole irripetibili:

           chi le ha pronunciate ha speso assai.

           Sono inesauribili solo l'azzurro

           del cielo e la misericordia di Dio.

                                          (Sebastopoli, inverno 1916)

 


 

           Sogno sempre più raramente, grazie a Dio,

           e non mi sembra più di essere dappertutto.

           La nebbia si è stesa sulla bianca via

           e rapide ombre passano sull'acque.

           Per tutto il giorno non hanno taciuto

           i rumori sulla distesa pianura arata:

           da qui più fortemente che da San Giorgio

           si odono i campanili della Lavra.

           Poto i rami dei lilla infiorati.

           Lungo i baluardi di antiche fortificazioni

           lentamente due monaci son passati.

           Mondo natio, sensitivo e reale,

           per me che sono cieca, per me rinata!

           Il re celeste mi ha guarito l'anima

           con la pace glaciale dell'avversione.

                                                 (Kiev, 1912)


 

           Né segreti né dolori,

           né la saggia ragione del destino:

           gli incontri lasciavano sempre

           una sensazione di lotta.

           Sin dal mattino, intuendo il momento

           in cui saresti venuto da me,

           sentivo nelle braccia incrociate

           un tremore debole e pungente.

           E con le ossute dita tormentavo

           la variopinta tovaglia del tavolo...

           Allora comprendevo già

           che questo mondo è piccolo.

                                               (1914 o 1915)


 

           Staremo insieme, caro, insieme:

           lo sanno tutti che siamo legati

           e gli scherni maliziosi

           come sonagli lontani

           non ci possono rattristare.

           Dove ci siamo sposati non lo ricordiamo

           ma la nostra chiesa brillava

           di quel violento splendore

           che solo gli angeli portano sulle ali.

           Ed ora che terribile momento,

           che anno spaventoso,

           che città ingrata!

           Come possiamo separarci,

           io da te, tu da me?

                                        (Pietroburgo,  primavera 1915)


 

           Cadeva una pioggia rada

           sulla nera strada: qualcuno

           mi chiese di accompagnarmi.

           Annuii, ma scordai di guardarlo,

           così che poi è stato strano

           rammentare quella passeggiata.

           La nebbia si spandeva come incenso

           da mille turiboli. Il compagno

           m'irritava il cuore con una canzone.

           Rammento le porte antiche

           e la fine della via:

           " Perdonami" - sussurrò, e mi lasciò

           nella mano una croce di rame,

           come si usa fare tra fratelli...

           Ed io dappertutto sento gli echi

           della canzonetta della steppa.

           Perfino a casa sto a disagio,

           piango e m'intristisco.

           Rispondi, mio sconosciuto,

           a colei che ti ha tanto cercato!

                                            (1913)


 

           Come amo, come amai guardare

           le sponde unite, i balconi

           da secoli incontaminati!

           E così tu sei, Pietroburgo,

           per noi lucidi e folli;

           ma quando si adagia sulla Neva

           la tua speciale ora serale

           e come un baleno passa il vento

           di maggio e sfiora le colonne assolate

           tu sei come un peccatore

           che prima della morte sogna

           un bellissimo sogno di paradiso.

                                              (1916)