da Per femminili occhi

All'Ermitage
l'oro degli Sciti e le tabacchiere
di Caterina: se mi
avessero mostrato
nasi adunchi di poeti -
mozzati sanguinet-
tanti - avrei annuito con
la dovuta
riverenza con starnuti. Locuta lutetia.
Poi andammo a trovare
Dostoevskji
suonammo il campanello all'entré
il cappello il sigaro
fumé nel vassoio
il calamaio vuoto e il
conto della spesa.
Per strada l'attesa
al banco del kvas:
c'è chi piglia un
gelato di vaniglia
( dell'infanzia non
ho sapore ma il terrore
alle processioni del
venerdì santo +
le flagellazioni + il
Cristo nudo
che barcollava sulle spalliere ).
Quando cala Ofiuco e la Minore
volano oche
senza rumore per Asia.
Privilegio della
memoria
estasiata dal suo ricomporsi
( torna così il
parente al funerale )
io passo passo dormiente
tra intercapedini di
treno
sbalzo il tempo per effetto
Doppler
per le fughe improvvise
che tengo in conto di
ritorni.
E quando sempre mi
allontano
più gioisco di
resurrezioni di te
che so, distraendoti da
morte,
vagamente lontana: stamattina
ti riconosco dalla nuca
come a una fontana, madre vuota ucraìna.
E' arrivato il suo
tram. Sono rimasta a guardarla mentre saliva sul
predellino,
entrava, afferrava il
corrimano, apriva la borsa...Con il vecchio impermeabile,
il vecchio ridicolo
cappello che somiglia a un berretto da bambino, le scarpe
scalcagnate-
elegante, il viso splendido,
la grigia frangia spettinata. Un tram come tanti. Persone come tante.
E
nessuno si è accorto che era proprio lei.
Lidija Cukovskaja (Incontri con
Anna Achmatova)
Ci sei anche tu sul
predellino
del tram che porta alla Fontanka
(l'Achmatova stanca della fortezza
ha lampi turchini negli
occhi)
tu porti un sospeso
temporale
di scoppi elettrici
agli incroci
della
via.
Smemorato Divàgo di un'amara follia
di perdere Lara, te,
resa pietroburghese
di là dai finestrini
del drago
che si allontana -
frantuma stelle
sul selciato - amo
riprenderti d'un balzo
alla fermata dell'Ammiragliato.
I tuoi occhi sono
geroglifici egizi
addestrati a coprire vuoti,
tombe di nefertiti, piramidi saccheggiate,
e poiché il tuo ovale
è un turbinio d'occhi
che nell'assenza ha
vuoti d'aria
mi regolo a ricamarlo
con lamine d'oro
a riscatto di un'
immagine che modello
sulla cornice vuota di parole,
come un pittore che abbia
perduto il pennello
e lavora di cesello con la memoria delle dita.
Opuntia,
i fichidindia crescono
dietro muri di pietra,
svettano dai giardini con
qualche pala spinosa,
come mani sacre e temute;
a volte preferiscono i
dirupi e si slanciano
con temeraria follia nel
vuoto, rischiando il vento,
che li mutila ma non li
umilia.
Spesso si alzano ai limiti dei confini; sono segni di confini.
Lì subiscono attacchi
e distruzioni, ma in alto
sono vittoriosi perché
più teneri e verdi
ed hanno spine
vellutate che sembrano peli di verginella
e quando c'è il vento
leggero imitano il volo
delle colombe timide del
maschio e sbattono
le alucce
carnose come un richiamo.
Il tuo fiore è solitario e ben protetto, infero.
Nella tua stagione il
frutto che dentro ti sta
tu lo sai ben
custodire: strategiche spine,
aculei ricamati ti fanno
temuta da mani vili,
a forza cedi alla mano
protetta e armata
di un lungo bastone
caudato, e cadi.
Sei
color rosa perlato, frutt'amato!
Se ti prendo con due dita so come svelarti:
sei facile a rimirare,
ma quando m'appresto
a toccarti per
cogliere il punto del taglio
allora ti privi di una
spina audace
che non riesco mai a
capire dove si è conficcata
e rimani sazia della
tua difesa
fino al prossimo mio
sbaglio. Ti taglio
con una lama sottile che
sembra una poesia:
dici che quello che è
fatto è reso
e tranquilla ti lasci
lisciare la ferita col dito,
che ti prova, ti
sorprende alle spalle,
ti svelle dalla tunica
aperta, carnosa. Sei presa.
La vendetta ti rende
tenace: la spina più piccola,
sfuggita al controllo, mi
punge la lingua.
Ti mangio con labbra serrate, come baci!
Eri muto uccello al
cancello
della casa marina e lì,
silenziosa
regina dei commiati,
consumavi
estenuanti rinvii con gridi
azzurri
precognizioni di addii.
La malattia ti ha addestrata
alla scienza del silenzio
e io ho scordato
le parole che volevo
dire:
uragani che fuggono
battelli di salvataggio
i tuoi occhi
gocce di fusa amnesia.
Nel tuo palmo con erbe e baccelli
cado seme dell'olmo
autunnale:
vertigine silenziosa
ebbrezza elicoidale tra
obbedienti
barriere di aromi appena
sfiatati,
l'arnica che fa
starnutire
la piantaggine sottile
e la clivia,
bell’erbe nel reliquiario
odoroso
dove dubitando del tuo
disappunto
vengo apparendo
a incerte ore
crepuscolari.
E sempre mi tormenta
che le deluse parole
vado
componendo per chiuse mani
e sguardi disancorati,
a cui inquieta
il maldestro fiato dei
versi
come l'acre profumo
dell'agnocasto.
Sognare a Pskov il
grano ucraino
sull'incompiuta avena di
maggio,
incline.
Quando eri poco più
che il tuo profumo
il mio amore era pari
all'abilità che usavo
nel nascondertelo.
Ora che vieni
a colorarmi d'ocra
con calde gocce di rena
come il presagio
di rare nubi africane
nella pioggia settembrina
come puoi negare
che nel celarmi
io sia più abile del
Sahara
che ti contiene,
oasi?
Forse fu lo scoppio
della lampada a iridare
lo spazio che ci
separava
e inanellata di fluoresceina
hai brillato come quelle
stoffe
di raso che hanno
increspature
di luce al tocco delle
dita.
Non volevi scomparire,
forse volevi ardire
con un repertorio di
faville,
di occhi appuntiti di
stelle
come grani di sale sul
velluto,
affinché anche nel buio
l'amore
avesse un suo sapore da
ricordare,
un vago infuso di
saliva e menta
e un colore incinto
d'azzurro
come l'alba biadetta ottobrina.
Da un gorgo insidioso e maligno
sono emerso, tronco di
parole,
come un'ancora che
gocciola
dopo anni di immersione.
I tuoi baci
di mandorle e miele
hanno risonanze
così prolungate che i
miei versi
a paragone sono
scricchioli di legno.
Ma di loro noi frusciamo
ancora per essere felici e
ridire:
-Non volevi scomparire, forse volevi
ardire con un repertorio di faville...
Se devo raccontarti per
le tue mani
dico che le tue mani sono
come le vestali
nel tuo tempio sacro:
bianche e minute
operano sortilegi e covano
uova di colomba.
Le tue mani sanno
baciare come le tue labbra,
sfiorano le corde del
desiderio, sono la diga
e il piccone che rompe
gli indugi.
Le tue mani sanno
parlare e cercare
collaborazioni, amano indicare
percorsi
e costruire strade
solitarie, farsi selciato,
Le tue mani sono due,
una casta
e l'altra amante,
dell'una usi la malizia
dell'altra usi la
maestria.
Quando raccogli il
mio capo
le tue mani sono tenere
e decise
come il soffiatore di
vetro
che rimira l'anfora
appena alitata.
Le tue mani sono
piccole
nelle mie mani e sanno
intrecciare
con confidenza le dita
come la trama
di una rete sottile ma
robusta.
Le tue mani sanno
contare: uno, due, te, me.
Clelia, il tempo che ti prende
e poi t’abbandona
come un sasso che affonda
in un basso fresco
silenzio,
questo livido tempo di
spreco
di sopravvivenza d’asma
noi lo viviamo tra
stecchi
d’indifferenza e muti
stiamo
davanti alla tua riva
protetta
dove crediamo
che diversamente tu viva
in qualche modo
chiedendo di noi.
Qui non vale la tua preveggenza:
la via ammaestra il
canale
fino alla barriera dei
pioppi,
dove Lia
corre e ride
e tu indichi la casa
rosa
con troppi particolari
negli occhi
perché io possa
impossessarmi
della tua infanzia d’erba
appena tagliata
in questa passeggiata
che mi appare
come già vissuta in un
passato
di due attimi fa
trascorso:
Lia che corre e
ride,
il tuo volto senza
affanno
in un solitario azzurro
franto
delle nubi che si sfanno
ad un precario annuncio
di vento,
finché voltandoti mi dici:
« Intanto siamo qui, sorridi !
»
In alto una pallida Clelia,
esile come la luna.